La minaccia del bracconaggio cresce con la pandemia

di claudia
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L’azzeramento del turismo in tutte le aree naturalistiche dell’Africa causato dalla pandemia ha fatto crescere in maniera esponenziale il fenomeno del bracconaggio. La fonte economica principale per proteggere e gestire queste zone deriva proprio dal turismo, dai safari. A rischio c’è la sopravvivenza di una biodiversità.

di Angelo Ravasi

La morte di due giornalisti in Burkina Faso – David Beriain e Roberto Fraile – ha riportato all’attenzione delle cronache il dramma del Sahel martoriato dal jihadismo, ma non solo. I due reporter erano intenti a realizzare un documentario sul bracconaggio in Africa, non a caso con loro c’era anche un esperto di lotta a questo fenomeno, Rory Young, nato in Zambia con passaporto irlandese. La pandemia di coronavirus, che ha colpito anche il continente africano, non ha fermato il bracconaggio, anzi, se possibile lo ha favorito. Quanti ranger sono stati uccisi, da bracconieri o da miliziani, nel parco del Virunga nella Repubblica democratica del Congo che ospita gli ultimi esemplari di gorilla di montagna, proprio durante la pandemia? Decine.

Spesso abbiamo sentito dire, affermare, che l’assenza dell’uomo, dovuta alle chiusure per la pandemia, ha ritrasformato la natura in un paradiso per gli animali. Niente di più falso. Una storiella felice che non ha nessun riscontro nella realtà. Una semplice favola. L’azzeramento del turismo in tutte le aree naturalistiche dell’Africa, invece, ha fatto crescere in maniera esponenziale il fenomeno del bracconaggio. I parchi protetti, dal Kenya allo Zimbabwe, hanno subito un duro colpo, sia dal punto di vista economico sia da quello naturalistico. I quattrini per mantenere queste aree protette, e per pagare i ranger, venivano proprio dal turismo.

Sono migliaia le zone strategiche in Africa per la biodiversità e la sostenibilità delle specie di mammiferi. La fonte economica principale per proteggerle e gestirle deriva proprio dal turismo, dai safari. Prima della pandemia queste generavano circa 30 miliardi di dollari all’anno e davano lavoro a oltre 3milioni di persone. A questi vanno aggiunti i fondi derivanti dalle donazioni internazionali per sostenere i progetti di conservazione. Questo significa che i finanziamenti esterni degli ambientalisti rappresentano circa il 40 per cento egli investimenti nelle aree protette. La pandemia ha ridotto di molto anche questi introiti, che comunque da soli non riescono a far fronte ai bisogni, nemmeno quelli relativi al pagamento degli stipendi dei ranger che hanno anche il compito di fronteggiare il fenomeno del bracconaggio. Già dal 2018 al 2019, a causa della crisi economica globale, il gettito della solidarietà diretta in Africa era calato del 15 per cento e, secondo gli esperti, a causa della pandemia il calo previsto nei prossimi due anni potrebbe arrivare al 75 per cento. Un disastro. Per dirla in breve, il turismo in Africa non fa male a nessuno, anzi è la garanzia per la sopravvivenza di una biodiversità che altrimenti verrebbe completamente distrutta.

Esemplari di zebra nell’area naturalistica protetta “Mara North Conservancy”, in Kenya

L’aumento della caccia illegale

Al bracconaggio, alla mancanza di turisti, si aggiunge un altro fenomeno che sta mettendo in pericolo le aree protette. La pandemia ha provocato, in Africa, una recessione che non si vedeva da 25 anni. La gran parte delle persone che vivevano intorno alle aree protette e quelle che ne erano direttamente impiegate, hanno perso la loro fonte di reddito, costringendo migliaia di persone a trovare alternative per l’alimentazione. Gli animali e le specie protette sono diventati il bersaglio perfetto per poter soddisfare, per esempio, il bisogno di carne e, anche, macellarla per rivenderla. Nei mercati della Rift Valley, il Kenya Wildlife Service e la polizia sempre più spesso scoprono questa carne macellata di contrabbando confusa a bovini e ovini. La pandemia, anziché fermare, ha dato nuovo impulso alla caccia illegale della selvaggina. Un’attività di sussistenza che nel tempo si è trasformata, anche, in attività speculativa che alimenta il mercato illegale di questo prodotto. Molti parchi del Kenya sono stati disseminati di tagliole per catturare antilopi o gazzelle, facoceri o zebre che siano. Tagliole che non sono state messe solo dai bracconieri – come si sa, privilegiano le armi e si accaniscono su elefanti e rinoceronti per le zanne e i corni – ma anche dalla gente comune che non ha alternative per potersi alimentare. Le conseguenze, anche in questo senso sono drammatiche. E a finire in queste tagliole ci sono anche i predatori. In una di queste è stato trovato il leone Rafiki, uno degli esemplari iconici del Mara North Conservancy. Se alla pandemia – sono stati chiusi tutti i mercati di bestiame – poi, si aggiunge una stagione delle piogge particolarmente inclemente, che ha impedito per lunghi mesi la coltivazione dei campi la frittata è fatta. La maggior parte delle comunità che vivono intorno ai parchi – basti pensare al Kenya – dipendono dal bestiame e dalle coltivazioni.

Tutto ciò ha generato una povertà rurale che non farà altro che inasprire le annose battaglie per la terra e l’acqua: i contadini che hanno bisogno di terra da coltivare e i pastori che la ricercano per i pascoli e l’acqua per il bestiame. Ma anche la distruzione di foreste trasformate in carbone. La mancanza di turismo ha dato un duro colpo all’equilibrio, che faticosamente si era raggiunto, tra uomo e natura. La conservazione dell’ambiente è una battaglia dell’uomo che lo protegge contro l’uomo che lo minaccia.  Non una favola o una storiella felice.

(Angelo Ravasi)

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