di Tommaso Meo – foto di Christian Bobst
Il Kenya è oggi il primo produttore mondiale di latte di cammella. Ma la nuova, giustificata preferenza per i camelidi non è scevra di difficoltà: dai costi iniziali alla lentezza riproduttiva. Il cammello africano è una risorsa cruciale, però serve una visione a lungo termine
In Africa esiste un detto che recita: “Durante la siccità la vacca è la prima a morire, il dromedario l’ultimo”. L’amara verità nascosta dietro questa antica saggezza l’hanno scoperta a proprie spese, negli ultimi decenni, i pastori del Kenya, che si sono ritrovati con le mandrie decimate da periodi sempre più lunghi e frequenti di piogge scarse e da conflitti per l’accesso ai pochi pascoli rimasti. A mettere definitivamente in crisi la tradizione pastorale del Paese è stata la grande siccità iniziata nel 2020 e durata tre anni, che ha affamato l’intera Africa orientale. All’inizio del 2023, l’Autorità nazionale per la gestione della siccità ha stimato che nel Paese erano morti 2,6 milioni di capi di bestiame, per un valore di 226 miliardi di scellini keniani, pari a circa 1,75 miliardi di dollari.
Transizione necessaria
A essere colpiti in modo drammatico sono stati soprattutto i bovini. I racconti dei pastori si somigliano tutti: chi aveva 100 o 150 mucche si è ritrovato con una manciata di animali da un giorno all’altro. Persone un tempo benestanti si sono viste costrette a lottare per nutrire le proprie famiglie. Alcuni hanno lasciato i pascoli e, con i risparmi rimasti, hanno comprato una moto o un’auto per dedicarsi alle consegne o al trasporto passeggeri. In questi anni aridi, sono stati i camelidi a sopportare meglio la mancanza d’acqua e le temperature torride. Una conferma delle previsioni delle autorità keniane, che da tempo indicavano l’allevamento del cammello africano come possibile risposta al riscaldamento globale. Nel 2013, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza alimentare il governo ha avviato un programma per distribuire cammelli alle comunità delle aree più aride del Paese, come la Contea di Samburu, importandoli dai Paesi vicini. I pastori stessi hanno iniziato a scambiare mucche con dromedari, oppure ad acquistarli, anche se il prezzo è più elevato: dai 600 agli 800 dollari per un maschio, fino a 1.200 per una femmina, contro i 150-300 di una mucca. Nonostante il costo, molti allevatori del Kenya settentrionale hanno scelto questa transizione: oggi allevano dromedari, più resistenti di capre, pecore e bovini. Anche solo due esemplari possono garantire il sostentamento di una famiglia.

Una specie miracolosa
I dromedari non sono certo una novità in Kenya: arrivarono negli anni Ottanta dalla Somalia e oggi se ne contano nel Paese circa 4,7 milioni, pari al 12% della popolazione mondiale di camelidi, stimata in 37,5 milioni. La loro straordinaria adattabilità agli ambienti aridi e alle alte temperature ha però fatto crescere solo recentemente la loro importanza economica, non solo in Kenya. Accanto ai programmi statali, anche diverse ong ne promuovono l’allevamento come strumento di resilienza alla siccità. Per riconoscere il loro contributo alla sicurezza alimentare, alla nutrizione e allo sviluppo sostenibile, le Nazioni Unite avevano dichiarato il 2024 Anno Internazionale dei Camelidi. Ma cosa rende questo quadrupede così adatto a un mondo che si surriscalda?
Gambe sottili, un collo lungo che ricorda quello di una giraffa, una gobba che accumula grasso e quindi energia permettendogli di sopravvivere a lungo senz’acqua: sono proprio queste caratteristiche a renderlo eccezionalmente resistente. I dromedari possono bere fino a 40 litri in una volta sola e resistere oltre due settimane nutrendosi di pochi arbusti. Le mucche, al contrario, sopravvivono appena due giorni senza bere. I camelidi tollerano la perdita fino al 30% del proprio peso corporeo, una soglia insostenibile per altri grandi mammiferi, e possono percorrere centinaia di chilometri su terreni impervi. Inoltre, sono ecologicamente più sostenibili: producono meno metano rispetto ai bovini, si nutrono di una vegetazione più varia e, grazie alle loro zampe morbide, non danneggiano il suolo. Tutti questi aspetti li rendono, secondo molti scienziati, una “specie miracolosa”, per lungo tempo sottovalutata in Africa, dove sono rimasti relegati alle zone desertiche, mentre le mucche – dieci volte più numerose – pascolavano in pianura e sugli altopiani.

Latte, carne e nuove sfide
La femmina del cammello africano produce latte – fino a 20 litri al giorno, a seconda della stagione, della dieta e delle condizioni ambientali –, un “oro bianco” di cui il Kenya è il principale produttore mondiale, con circa 1,165 milioni di tonnellate annue. Buoni numeri, anche se ancora bassi rispetto a quelli dei bovini, che possono fornire dai 25 ai 28 litri giornalieri. Il latte di cammella è però apprezzato per le sue proprietà nutrizionali e terapeutiche, essendo ricco di vitamina C oltre che di proteine e grassi, e adatto a persone con intolleranza al lattosio perché ne contiene in quantità minore. Con il suo colore bianco intenso e un sapore leggermente salato, è molto richiesto a Nairobi, specialmente tra le comunità somale, e viene venduto a un prezzo superiore rispetto al latte vaccino.Nei bar della capitale si serve, per esempio, il camelcino, un cappuccino con latte di cammello. Se ne ricavano anche yogurt e altri prodotti caseari. Artefici di questa produzione sono soprattutto cooperative e lavoratori e lavoratrici informali.
Nella contea di Isiolo, nel nord del Paese, queste cooperative, spesso di proprietà e gestione femminile, hanno cominciato a sorgere nei primi anni Duemila: l’anno scorso se ne contavano sei, tra cui spicca la Anolei Dairy, nata da un piccolo gruppo di donne somale, che oggi lavora circa il 60% di tutto il latte di cammella proveniente dalle contee circostanti. Gli uomini si occupano invece di far pascolare gli animali e del trasporto del latte e dei suoi prodotti verso le città, spesso con mezzi di fortuna come i boda boda.
È proprio per motivi come questo che, nonostante il suo potenziale, il settore lattiero deve affrontare grosse sfide legate alla trasformazione, conservazione e commercializzazione del latte e suoi derivati: circa il 50% della produzione, infatti, va persa per i problemi nella catena del freddo, le infrastrutture inadeguate e una scarsa igiene. Sul miglioramento di questa filiera si concentrano sforzi di cooperazione e progetti accademici. Intanto, anche la carne di dromedario si sta ritagliando un posto sempre più rilevante nell’industria della macellazione keniana. Le stesse cooperative producono per esempio nyirinyiri o koche: carne di cammello essiccata al sole e fritta nell’olio. La domanda è in aumento: nel 2022 il Kenya ha prodotto circa 52.569 tonnellate di carne di cammello, registrando una crescita del 34,7% sull’anno precedente.

È una carne sempre più richiesta anche a livello internazionale, con esportazioni verso Paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Negli scorsi mesi, Nairobi ha iniziato a esportarla perfino verso la Cina. I prodotti derivati dal dromedario hanno un potenziale anche nell’industria cosmetica. Il latte di alta qualità può essere utilizzato per produrre saponi, shampoo, balsami per le labbra e oli per il corpo. Il loro allevamento costituisce una risorsa concreta per affrontare la siccità, connettere le aree remote ai mercati globali e rafforzare le economie locali. Tuttavia il dromedario non rappresenta ancora una risposta definitiva alle sfide poste dal cambiamento climatico alla pastorizia africana.
Non mancano le criticità: i camelidi maturano lentamente, iniziano a riprodursi solo tra i 4 e i 5 anni e hanno un ciclo di gestazione di 13-14 mesi, assai più lungo dei cinque mesi delle capre o dei nove delle mucche. Le conoscenze sulle malattie zoonotiche che li colpiscono restano limitate, mentre la progressiva scomparsa dei pascoli liberi aggrava ulteriormente il quadro. La traiettoria verso una maggiore centralità dei cammelli africani è ormai avviata, in Kenya come altrove, ma perché diventi davvero sostenibile occorrono investimenti mirati in ricerca, tecnologie e infrastrutture.



