Il compleanno speciale di Freetown

di claudia

di Federico Monica

Si celebra in questi giorni in Sierra Leone una ricorrenza speciale: 230 anni fa, l’11 marzo 1792, un gruppo di ex schiavi reduci dalla guerra di indipendenza americana sbarcò sulle coste dell’Africa Occidentale per fondare una nuova città. La chiamarono Freetown, in onore della libertà ritrovata.

Sono poche le città del mondo che possono vantare una data di fondazione ben precisa, ancor meno quelle africane, nate e cresciute in epoche antiche come centri carovanieri o più recentemente come avamposti coloniali. Un’eccezione è quella di Freetown, capitale della Sierra Leone, fondata per dare una nuova casa agli schiavi liberati dalle piantagioni americane o dalle navi schiaviste intercettate nell’Atlantico. Era infatti l’11 marzo 1792 quando un gruppo di circa 1200 ex schiavi che avevano combattuto a fianco degli inglesi durante la guerra di indipendenza americana arrivarono dal Canada sulle coste montuose e lussureggianti dell’attuale Sierra Leone. Erano detti Black loyalists o Nova Scotians e si narra che appena sbarcati si riunirono intonando preghiere di ringraziamento sotto un grande albero: lo stesso cotton tree che è tutt’ora a oltre due secoli di distanza il simbolo della città.
Questo ambizioso progetto fu ideato e finanziato da filantropi abolizionisti inglesi che verso la fine del ‘700 iniziarono a battersi per l’abolizione della schiavitù nell’impero britannico.

In breve tempo i Nova Scotians dissodarono il terreno creando una griglia di dodici strade ortogonali e costruendo le prime infrastrutture: torri di guardia, caserme, il piccolo porto, alcune chiese in stile neogotico ancora esistenti.
Soprattutto iniziò la creazione delle prime caratteristiche case in legno, costruite spesso con i resti delle navi schiaviste requisite e fatte a pezzi, che richiamano l’architettura del delta del Mississippi e dei Caraibi, con i grandi abbaini sul tetto, le verande e le persiane dai colori sgargianti.

Ancora oggi le strade del centro di Freetown, intorno al cotton tree (foto di apertura), ricalcano esattamente la griglia del primo insediamento.
Pochi anni dopo l’arrivo dei Nova Scotians giunsero in città i Maroons Giamaicani e migliaia di altri uomini e donne provenienti da buona parte della costa Atlantica, nacque così il Krio, una lingua franca che, analogamente al Pidgin, si basa su un inglese semplificato unito a strutture grammaticali e vocaboli di altre lingue, principalmente Yoruba.
Il nome che i primi residenti scelsero per la città non poteva che essere Freetown, la città libera, luogo di speranza e di un nuovo inizio per molti.


In questi 230 anni quel piccolo villaggio sperduto nel verde è diventato una metropoli di oltre un milione di abitanti, con poco spazio per espandersi e con i problemi di sovraffollamento e mancata pianificazione che si trovano ad affrontare molte città africane. Nonostante questo lo spirito vivace, dinamico e “libero” di Freetown non si è mai perduto.
Per celebrare i suoi 230 anni il municipio ha lanciato dieci giorni di iniziative e festeggiamenti guidati dalla sindaca Yvonne Aki Sawyerr che con il suo ambizioso programma “Transform Freetown” sta cercando di invertire la tendenza rispetto alle sfide della deforestazione, dell’inquinamento e della gestione dei servizi che attanagliano la città.

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