Fabrizio Floris: Soyinka e i “no“ alla violenza

di Pier Maria Mazzola

«Non ci siamo tutti evoluti nello stesso modo, ci sono popolazioni primitive che non hanno parole per dire omicidio, assassinio, violenza, e forse un giorno non le avrà più nessuno». La recente lezione del Nobel a Torino, in occasione del suo ritorno alla poesia. 

Wole Soyinka arriva puntuale nell’aula magna dell’Università di Torino, mentre gli accademici fanno aspettare il Nobel, che inizia a parlare amabilmente con l’interprete. La sua è una riflessione ampia che mette in evidenza le contraddizioni delle rivoluzioni e delle élite; e insieme le ambiguità. Lo fa a partire dalla sua ultima raccolta di poesie Ode laica per Chibok e Leah (Jaca Book), in cui ricorda le persone che hanno detto no.

«No» ha detto Nelson Mandela quando ha rifiutato di uscire dal carcere: «La libertà non accetta condizioni». Soyinka ricorda il «No» della giovane Malala, sfregiata ma non feritascarred, but unscarred»): il viso segnato dalle cicatrici, non dalla paura. E ancora il «no» di Leah Sharibu, una delle centinaia di ragazze rapite da Boko Haram nel 2014, a cui i carcerieri hanno detto: «Abiura la tua fede: “Convertiti e sarai libera”». A loro lei risponde: «No, non potete togliermela, la mia libertà». Eppure il suo è un no anche ai suoi genitori, ricorda Soyinka, perché «anche i no sono ambigui»: siano essi individuali o collettivi. «Spesso – prosegue Soyinka – anche i movimenti rivoluzionari lo sono e finiscono con il mangiare i loro figli: piccole minoranze che esercitano il potere attraverso la persuasione della maggioranza». Avviene, prosegue, «attraverso una sorte di infezione delle idee che porta a far considerare normale ciò che prima non lo era, come l’uomo a cui crebbe il corno di un rinoceronte».

Il fatto terrificante è che «siano dei movimenti di liberazione, le persone che si identificano con la forza motrice della liberazione, ad essere oppressione». Questo permette loro di non essere riconoscibili nell’immediato, ma «quando ce se ne rende conto è troppo tardi». Per esempio, «i processi stalinisti erano situazioni in cui gli intellettuali riconoscevano che qualcosa non andava bene nell’ideologia che seguivano, ma la sposavano, accettavano una situazione che li coinvolgeva e li puniva, ma non volevano essere di ostacolo alla causa. In Africa, se vi ricordate, l’Esercito di salvezza del Signore diretto da Alice Auma (detta la Strega del Nord) contro Idi Amin, iniziò a decapitare tutti quelli che non la pensavano esattamente come lei. Alice sosteneva che, se avevi fede, in battaglia le pallottole non ti avrebbero attraversato. L’aspetto interessante è che il suo principale aiutante aveva studiato, era laureato, quindi come poteva credere che le pallottole non gli avrebbero fatto niente? Ma quando gli posero la domanda rispose che in effetti non ne era sicuro; qualcosa non lo convinceva, però la seguiva».

Ecco l’ambiguità, e per questo «mi piace la poesia perché foriera di significati plurimi, si presta all’ambiguità, comprime le idee. La poesia non si può permettere categorizzazioni: usa immagini che possono essere archetipi. Io mi aggiro tra i miti yoruba che sono ancora più ambigui. Prendiamo Eshu. È un maestro della dialettica, è un amico, ma può essere molto pericoloso: Eshu si muove entrando in contraddizione con la realtà.

Olodumare, il dio della lirica e della creatività yoruba, è un dio anche violento. Nel nostro mondo la violenza c’è, forse tra mille anni non ci sarà più… Non ci siamo tutti evoluti nello stesso modo, ci sono popolazioni primitive che non hanno parole per dire omicidio, assassinio, violenza, e forse un giorno non le avrà più nessuno. Oggi il problema è come dire no alla violenza. Bisogna sviluppare un grado di onestà verso sé stessi, rifiutarsi di seguire la corrente del fiume».


Fabrizio Floris, una laurea in Economia e un dottorato di ricerca in Sociologia dei fenomeni territoriali e internazionali, è membro della cooperativa “Labins, laboratorio di innovazione sociale”. Ha insegnato Antropologia economica presso l’Università di Torino e ha svolto altri insegnamenti. Suo principale campo d’interesse sono gli insediamenti informali, in Italia come in Africa. Scrive per Il manifesto, Nigrizia e altre testate. Tra i suoi libri: Periferie esistenziali (Robin, 2018), Eccessi di città. Baraccopoli, campi profughi e periferie psichedeliche (Paoline, 2007), Baracche e burattini? La città-slum di Korogocho in Kenya (L’Harmattan Italia, 2003).

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