Etiopia, la crescita ineguale

di Enrico Casale
Etiopia, la crescita ineguale

169621142-586x387L’Etiopia sta vivendo un indubbio sviluppo economico. Ma sta iniziando a pagarne il prezzo, non sempre a buon mercato. Nel (quasi) silenzio delle organizzazioni internazionali. Secondo le statistiche della Banca mondiale la crescita del Prodotto interno lordo etiope negli ultimi anni si è attestata intorno al 7%. Tassi non così diversi da quelli delle grandi potenze asiatiche, Cina innanzi tutto. Una simile crescita sta avendo effetti positivi sulla ricchezza complessiva del Paese anche perché la dinamica demografica (intorno al 3% l’anno) è, tutto sommato, ridotta rispetto a quella del continente africano e permette buoni margini di sviluppo. Negli ultimi anni si è così ridotta la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà (scesa dal 38,7% al 29,6%) e di migliorare alcuni degli indicatori più significativi, ad esempio quelli relativi alla mortalità  infantile al di sotto dei 5 anni di età (scesa dal 105,23/1000 del 2010 al 55,77/1000 del 2014), e all’aspettativa di vita (cresciuta sensibilmente in poco tempo, passando da 55 a 59-60 anni), ad un rapido miglioramento dell’indice di sviluppo umano (il Paese si è classificato terzo nella lista delle nazioni con un elevato tasso di crescita del suddetto indice).

Addis Abeba, che pure non può contare su uno sbocco al mare per i suoi prodotti e deve fare affidamento sul Sudan e su Gibuti, sta potenziando molto il settore agroindustriale. Il caffè rappresenta la principale coltura commerciale, anche se la sua quota sui ricavi da esportazione (pari al 65% fino a qualche anno fa), è andata diminuendo negli ultimi anni (nel 2010 è stata pari al 35%), sia per la depressione delle quotazioni internazionali della bacca, sia per la robusta crescita dell’export di altre produzioni nazionali quali fiori recisi e semi oleaginosi. Fondamentali anche le esportazioni di pelli e cuoio, carni, legumi, frutta e vegetali, tessile e cotone, e il tradizionale qat, sostanza psicotropa legalmente diffusa in alcuni Paesi del Medio Oriente.

La classe politica ha poi pianificato un forte sviluppo del settore idroelettrico attraverso la costruzione di grandi dighe sui principali corsi d’acqua. Sono così nati i faraonici progetti Gilgel Gibe nel bacino dell’Omo e quello della Grande diga del Rinascimento sul Nilo Azzurro. Da un lato si vuole produrre maggiore energia rinnovabile per sostenere il proprio sistema economico e, dall’altro, si vuole creare un surplus energetico da vendere alle nazioni vicine.

Tutto ciò però ha un costo elevato in termini sociali. Secondo le Ong che operano nel Paese, questo processo di sviluppo ha creato tensioni tra le varie comunità, tensioni che spesso sfociano in aperta violenza. Molte popolazioni sono state sfollate dalle loro terre per far posto a progetti agricoli o idroelettrici. Alcune etnie seminomadi sono state forzate a diventare stanziali (pena il non poter godere di sussidi statali). Nell’agosto 2014 una delegazione di Unione europea, Banca mondiale e Nazioni unite ha visitato l’Etiopia per verificare quali squilibri sociali erano in atto. Le prime impressioni dei membri del gruppo erano state negative. Le loro dichiarazioni avevano fatto presagire un duro rapporto finale. Invece il rapporto, reso pubblico solo qualche giorno fa, è molto edulcorato e non si prende mai una posizione dura contro il regime di Addis Abeba. Perché? Forse l’Etiopia è un alleato troppo importante nell’area e quindi non va contrariato? Difficile dirlo. I membri del gruppo hanno voluto però far sapere che non hanno ricevuto alcuna pressione da parte delle autorità etiopi.

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