Etiopia, guerra e pace

di Valentina Milani
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Domenica scorsa, primo novembre, 54 persone (dato Amnesty International) sono state uccise in Etiopia, in tre villaggi nella zona di West Welega dell’Oromia. Uomini armati hanno infatti bruciato case, compiuto violenze e razziato il bestiame. Ma, soprattutto, hanno massacrato uomini, donne e bambini. La cui colpa, forse, era quella di appartenere all’etnia Amhara.

Secondo le autorità, gli aggressori fanno parte dell’Esercito di liberazione Oromo, che si è scisso dal Fronte di liberazione Oromo, non più impegnato nella lotta armata. Pare che, circa in sessanta, abbiano fatto irruzione nella quotidianità domenicale di normalissimi civili che sono stati trascinati al di fuori delle proprie abitazioni e portati nel cortile di una scuola, dove sono stati uccisi.

Una tragedia che mette in crisi il già tortuoso percorso etiope verso la pace, l’unione e la democratizzazione. Il primo ministro etiope Abiy Ahmed ha infatti fatto sapere che le forze di sicurezza sono state dispiegate nuovamente nell’area. Quasi contemporaneamente, il premio Nobel per la Pace ha autorizzato un’offensiva militare nel Tigray, la regione più a nord del Paese dove è al potere il Fronte di liberazione popolare (Tplf), in risposta ad un attacco contro una base militare federale.

«Le nostre forze di difesa hanno ricevuto l’ordine di assumersi il compito di salvare la nazione. L’ultima tappa della linea rossa è stata superata. La forza è usata nella stessa misura per salvare il popolo e il Paese», ha scritto Abiy Ahmed in un testo pubblicato su Facebook e Twitter.

Come è evidente, numerose problematiche continuano ad affliggere l’Etiopia, uno Stato che, proprio negli ultimi anni, è salito agli onori delle cronache mondiali grazie alla rivoluzionaria politica del Primo Ministro Abiy Ahmed, insignito del Premio Nobel per la Pace 2019. Eletto nell’aprile del 2018, 43 anni, primo Oromo a ricoprire l’incarico, il premier ha da subito ottenuto un vasto consenso popolare e mediatico grazie a importanti gesti come la revoca dello stato d’emergenza, la liberazione dei prigionieri politici, lo sblocco di internet e, soprattutto, lo storico accordo di Pace con l’Eritrea siglato ufficialmente il 16 settembre 2018. Si è inoltre contraddistinto per aver fatto designare Presidente della Repubblica per la prima volta una donna: Sahle-Work Zewde, 68 anni, già rappresentante del segretario generale dell’Onu presso l’Unione Africana.

Ma la realtà dei fatti, in Etiopia – Paese di 1.104.000 km² che conta 113 milioni di abitanti – è ben lontana dall’essere rosea: vaste porzioni di territorio sfuggono infatti al controllo del governo centrale. A dimostrarlo, per esempio, sin da subito, il tentativo di colpo di Stato messo in atto nel giugno del 2019 da un gruppo armato proprio nella regione degli Amhara, nel corso del quale è stato ucciso anche il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Seare Mekonnen. I conflitti etnici continuano infatti a minacciare la coesione nazionale, facendo cadere in mille pezzi quella speranza di pacificazione interna nata dal fatto che Abiy è di origine Oromo, l’etnia che per anni ha protestato contro il precedente Primo Ministro Hailé Mariàm Desalegn, Tigrino.

Tensioni, queste, che vanno a minare la già precaria stabilità economica di larghe fasce della popolazione. Così, nonostante il PIL del Paese abbia registrato nel 2019 una crescita del 9%, le disuguaglianze continuano a essere numerose e la povertà dilagante.

E così, nella patria del Premio Nobel per la Pace, guerra e pace continuano a correre insieme, su binari paralleli.

(Valentina Giulia Milani)

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