Costa d’Avorio: la danza della pantera

di Matteo Merletto

Indossano costumi di leopardo e si esibiscono in piroette, capriole all’indietro, salti mortali. Sono i giovani senufo che sono stati sottoposti ai rituali iniziatici e che custodiscono i segreti del bosco sacro…

Le fiabe più terrificanti si svolgono nella foresta. Se siete un bambino senufo di Korhogo, nel nord della Costa d’Avorio, la foresta è il luogo oscuro, pericoloso, pieno di mistero, dove un giorno sarete spinti a forza da esseri mascherati. Per un mese, notte e giorno, in quel verde pauroso dovrete aspettarvi di incontrare una ridda di spiriti dotati di zanne, corna e costumi orrifici allo scopo di imprimervi nella mente, in modo indelebile, cosa significhi diventare adulto. Nessuno può venire a salvarvi, poiché la foresta degli spiriti, il bosco sacro (singaza), è luogo di totale proibizione per chiunque non sia stato iniziato: là dentro si svolgono rituali e sacrifici segreti.

Gioco infantile

Per i Senufo, bambini e bambine non sono esseri umani completi: è l’iniziazione a dar loro un genere e un posto nella comunità. Mentre vede polli decapitati con asce di pietra (la stessa pena per chi divulgasse i segreti dell’iniziazione), al bambino viene detto che sarà “ingoiato” dagli spiriti non appena sarà entrato nella foresta, là dove le scarificazioni che subirà sulla schiena saranno definite “unghiate e morsi” degli spiriti stessi. Senza un lamento, gli iniziandi dormiranno nudi, coperti solo di stracci bagnati oppure all’aperto, se dovesse piovere; sempre che riescano a dormire per l’incessante suono dei tamburi e i raid violenti delle maschere-spirito.

«Un tempo lontano, di mattina – narra un anziano di Lataha, un villaggio vicino a Korhogo –, alcuni bambini reagirono alle prove con capriole e acrobazie. E inventarono il boloye, la danza della pantera». In Africa, con buona pace degli sceneggiatori del supereroe Black Panther e dell’orgoglio afroamericano, non ci sono pantere nere – comuni in Asia ma avvistate una sola volta in Etiopia –, solo leopardi. I bambini di Lataha, sperduti nella foresta, con il loro gioco-danza hanno costruito un anti-spirito, vestendosi di marrone maculato e compiendo acrobazie impossibili per i loro torturatori adulti. E hanno scelto uno spirito guida che non piace alla comunità. Infatti, un proverbio afferma: «La pelle del leopardo è bella, ma il suo cuore è cattivo».

Pura energia

Da un gioco infantile, dunque, è nata la danza boloye. Inizialmente veniva praticata dai ragazzini senufo tra gli otto e i tredici anni. Col passare del tempo è entrata a far parte del mondo degli adulti e ha acquisito importanza e carattere sacrale. Il boloye divenne la danza per i funerali, inscenata per festeggiare il raggiungimento dello status di antenato da parte del defunto. In seguito è stata trasformata in esibizione mistica, per far cadere la pioggia, fondamentale per gli agricoltori senufo. Basta guardare i danzatori, per capirne lo spirito.

I leopardi-boloye arrivano con passo strafottente, richiamati dal suono di speciali strumenti rituali (sorta di liuti costituiti da un lungo manico a corda pizzicata e da una zucca che viene battuta con la mano per imprimere il ritmo). Solo gli iniziati hanno diritto di indossare il costume da leopardo (panthère, secondo la francofonia africana). È un costume povero, di tela bruna, su cui le macchie spiccano poco, monocromatiche nel polverone. La maschera è morbida e felina, da supereroe. I danzatori tengono in mano dei bastoncini: nelle raffigurazioni rupestri del Sahara e del Sudafrica questa è caratteristica degli sciamani che si trasformano in quadrupedi mitici. Come il ritmo varia, un danzatore iniza a caricare il passo, fino a esplodere in piroette, capriole all’indietro, salti mortali, stazioni sulla testa come nella miglior break dance di New York. Ricordando la tecnica di uscita degli iniziandi dalla foresta, il danzatore striscia sulla schiena e sul ventre, per poi rialzarsi e tornare al suo posto con passo ribaldo.

Talvolta i danzatori si esibiscono in piramidi umane, che si dipanano in acrobazie, ma più spesso il primo danzatore si accoccola per terra, come a sfidare il seguente. Questi arriva, ricomincia la sequenza di passi, ruota come una trottola e poi sfida il prossimo danzatore. Il boloye è pura energia, come quella di chi, dopo l’orrore della foresta, stenta ad abbandonare l’adolescenza per entrare nell’età adulta.

(testo di Alberto Salza – foto di Marco Trovato e Irene Fornasiero)

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