Ciad: decine di morti in scontri intercomunitari

di Valentina Milani
Tempo di lettura stimato: 2 minuti

È grave il bilancio degli scontri  intercomunitari avvenuti ieri e mercoledì in Ciad, nella regione sudorientale del Salamat. Secondo Alwihda Info, dopo i primi scontri di mercoledì ad Ambarit, dove sarebbero rimaste uccise 37 persone, altri combattimenti hanno avuto luogo ieri pomeriggio nel villaggio di Sihep, una località situata a 45 km da Am Timan, capoluogo del Salamat, con un bilancio di una ventina di morti. Altri quattro feriti sono morti ieri all’ospedale provinciale Am Timan. La morte di un giovane sarebbe stata il fattore scatenante di questa rinnovata violenza.

Lo scorso febbraio almeno 35 persone erano state uccise in scontri intercomunitari. Il giornale segnala che dallo scoppio di questi conflitti ripetitivi, le persone che circolano senza compagnia nell’area vengono facilmente attaccate.

Le tensioni tra comunità sono frequenti e solitamente oppongono pastori e agricoltori, o semplicemente comunità che si contendono una risorsa, come ad esempio un pozzo d’acqua. Alla fine del 2020, la conferenza episcopale locale aveva redatto un forte messaggio per attirare l’attenzione delle autorità, che spesso rimangono impassibili, senza trovare una soluzione adeguata a questa crisi latente.

“Nel recente passato, le due comunità hanno vissuto in simbiosi. Se sorgevano differenze dovute alla devastazione dei campi da parte dei greggi, si ritrovavano per parlare e risolvere amichevolmente la questione. Si praticava il baratto, l’allevatore dava del latte in cambio del miglio del contadino. Queste due comunità sono condannate a vivere insieme”, ricordano i presuli nel loro messaggio di Natale. Coltivatori e agricoltori rappresentano circa l’80% della popolazione ciadiana.

A fine novembre, decine di persone erano rimaste uccise in scontri tra pastori e agricoltori nel dipartimento della Kabbia, nel Mayo Kebbi Est, dove si sono registrati anche ingenti danni materiali. Un fenomeno ricorrente che si ripete ormai da anni, con pesanti conseguenze sulla coesistenza pacifica tra le varie comunità.

L’episcopato s’interroga sulla provenienza delle armi da guerra, spesso sofisticate, usate in questo tipo di conflitto. “Dobbiamo continuare a sensibilizzare le due comunità e sollecitarle al rispetto nei confronti dei pastori, al rispetto dei corridoi di transumanza per evitare conflitti inutili. È buona norma che le autorità locali o provinciali tengano d’occhio l’applicazione delle leggi e soprattutto assicurino il rispetto dell’autorità statale. È a questo prezzo  – dicono i vescovi – che questo conflitto verrà risolto e le due comunità dovranno reimparare a vivere come in passato”.

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