Carne pericolosa

di Matteo Merletto
consumo di carne di animali selvatici in Africa
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Il consumo di carne di animali selvatici in Africa è spesso una necessità. Ma c’è anche chi lo considera uno status symbol… Senza considerare gli enormi rischi per la salute e per l’ambiente

di Andrew Ellis

 

consumo di carne di animali selvatici in AfricaOgni anno in Africa centrale si consumano cinque milioni di tonnellate di carne di animali selvatici. Solo nella Repubblica democratica del Congo vengono catturate e uccise un milione di prede, mentre in Ghana vengono cucinati oltre centomila pipistrelli. In vaste regioni del continente, la popolazione considera la foresta il luogo più conveniente per procurarsi il cibo. Per chi vive in villaggi poveri e isolati, la selvaggina è l’unica fonte di proteine; per taluni, cacciare e vendere la carne serve a integrare i magri guadagni.

Menù selvaggi

Nelle metropoli africane la abitudini alimentari non sono granché cambiate e la richiesta di bushmeat, di carne selvatica, sta crescendo, parallelamente al boom demografico. Alle periferie di Nairobi, Kampala o Abidjan le strade pullulano di venditori ambulanti che vendono cosciotti di antilope o scimmie abbrustolite. Per la nuova borghesia, acquistare carne di coccodrillo o di ippopotamo è uno status symbol. A Kinshasa e Lagos non mancano mercati specializzati nello smercio della cacciagione. Persino in città occidentali come Londra e New York la richiesta di selvaggina africana è in aumento. Ci sono persino ristoranti che hanno fatto del “menù selvaggio” la chiave del loro successo: in location raffinate si servono serpenti al vapore, stufati di formichieri, arrosti di scimpanzé, spiedini di bruchi e uccelli.

Il grande saccheggio

consumo di carne di animali selvatici in AfricaIl commercio di selvaggina è diventato un affare multimilionario che preoccupa scienziati e ambientalisti. I motivi sono ben noti: i ricercatori hanno ormai accertato che la selvaggina africana è un potente veicolo di trasmissione verso l’uomo di virus micidiali (ebola, per esempio). Non a caso i cacciatori e i loro famigliari sono le prime vittime delle epidemie che periodicamente scoppiano in piena foresta.

C’è poi un’emergenza ambientale: l’uomo sta letteralmente svuotando le foreste. Secondo la statunitense Bushmeat Crisis Task Force, caccia e bracconaggio starebbero minacciando di estinzione i gorilla delle pianure e i bonobo (una rara scimmia africana), nonché alcune specie di cinghiali e antilopi. «In alcune regioni il numero di animali selvatici si è ridotto a tal punto – riferisce l’organizzazione – che, tra i cibi più comunemente mangiati, la carne di roditore ha rimpiazzato quella di antilope e di scimmia».

Senza scelta

consumo di carne di animali selvatici in AfricaIl problema è che la maggior parte dei consumatori di cacciagione non si rende conto di contribuire allo sterminio della fauna selvatica delle foreste. «L’Africa non è una terra di assassini fuorilegge», fa presente il biologo Justin Brashares. «Nella stragrande maggioranza dei casi, la gente soffre la fame e non ha alternative se non nutrirsi con la selvaggina». Del resto, un recente rapporto dell’Onu ricorda che tutt’oggi in Africa «decine di migliaia di persone sono costrette a nutrirsi di ratti e di erba per sopravvivere». La guerra al consumo della bushmeat in Africa passa non solo da campagne di sensibilizzazione e di informazione. Ma anche e soprattutto dalla promozione della sicurezza alimentare. Prendiamo il caso del Ghana: qui il consumo di selvaggina si impenna in periodi in cui il pesce è poco disponibile o troppo caro. Il pesce di allevamento o fonti economiche di proteine, come i fagioli, potrebbero attenuare la caccia alla selvaggina.

Vermi anti-fame?

A questo proposito, gli esperti della Fao hanno le idee chiare: per sradicare la fame e tutelare gli animali a rischio bisognerebbe diffondere ricette a base di bruchi mollicci e grossi vermi. «Gli insetti commestibili delle foreste dell’Africa centrale sono un’importante risorsa di proteine», spiegano in un recente studio. I bruchi sono già parte integrante del regime alimentare di numerosi abitanti. Secondo gli studiosi, bisognerebbe valorizzare questa forma di sostentamento tradizionale per affrontare le gravi emergenze umanitarie che colpiscono ciclicamente la regione. Le ricerche dimostrano che con 100 grammi di insetti ingurgitati ogni giorno, un uomo riesce a coprire la totalità dei suoi bisogni quotidiani di minerali e vitamine.

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