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Edizione del 13/10/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

claudia

claudia

    CINEMA

    Due film su Africa e colonialismo al Festival del Cinema di Berlino

    di claudia 2 Marzo 2024
    Scritto da claudia

    di Annamaria Gallone

    Due film alla recente Berlinale (16/25febbraio) parlano, seppure con un linguaggio diverso, dell’Africa e dei soprusi che ha subito. Entrambi trattano di una dominazione coloniale violenta che ha causato una cancellazione culturale, economica, sociale del continente ed entrami sono stati premiati: Dahomey, della regista franco-senegalese Mati Diop, è stata insignito dell’Orso d’oro e Pepe del domenicano Nelson Carlos de los Santos Arias, si è aggiudicato il premio per la migliore regia.

    Mati, nipote del grande regista Dyy  e figlia del musicista che ha realizzato la colonna sonora delle sue opere, nel suo doc segue la restituzione di 26 opere d’arte trafugate nel 1892 dall’ antico Regno del Dahomey, oggi Repubblica del Benin, che la Francia ha invaso e colonizzato nel 1892 e pone domande in cui risuonano gli interrogativi sul loro destino, sulle relazioni con la storia e su quelle con il presente e col futuro. Gli oggetti in causa erano stati depredati dalle truppe coloniali francesi guidate dal Generale Dodds, conservati fino al 2021 al Musée de l’Homme ora Musée du quai Branly di Parigi e ora riportati a Cotonou. Diversi i linguaggi del film, che oscillano tra narrazione rigorosa e realismo magico, a seconda che tratti l’aspetto politico di questa restituzione o l’anima delle opere, tra tutte la statua del Re Gizo, che si esprime in lingua Fon attraverso le parole e la voce suggestiva del poeta haitiano Makenzy Orce. Anche nel suo film precedente, Atlantique, la regista parlava di ritorni, quelli degli uomini che, nel tentativo di emigrare, erano affogati nell’oceano e tornavano come fantasmi alle loro case, alle donne che erano rimaste in attesa.

    Cosa accadrà dopo questo ritorno celebrato con grande enfasi per giorni dalle istituzioni? Quante altre opere d’arte si trovano in altri musei europei? Si tratta forse di un atto simbolico mirato a stornare l’attenzione da problemi politici molto più urgenti? Dice la regista: Per me la sfida è stata trovare il modo di creare uno spazio di libera espressione su un argomento che appartiene assolutamente ai protagonisti. Mati è stata premiata da una giuria il cui presidente, Lupita Nyong’o, è la prima donna africana a ricoprire questo titolo.Come regista franco-senegalese e di discendenza afro, ho scelto di essere una di quelle che rifiutano di dimenticare, che rifiutano l’amnesia come metodo, ha dichiarato Mati Diop ricevendo il premio. Sono solidale con i senegalesi che lottano per la democrazia e la giustizia, ha aggiunto, prima di esprimere anche la sua solidarietà alla Palestina.

    Tornando al film di Nelson Carlos de los Santos Arias, che si è aggiudicato l’Orso d’argento, il protagonista è Pepe, un pacifico ippopotamo.

    Questo è il quarto lungometraggio del documentarista e regista dominicano e parla di un ippopotamo portato dall’Africa alla Colombia per vivere nello zoo privato del signore della droga, Pablo Escobar, capo del cosiddetto cartello di Medellín. L’animale appare nel film e racconta la sua vita, sdraiato nell’aldilà. Si tratta di una miscela di generi e stili. Frame bianchi si alternano a quelli neri, si sente sottofondo una radio che sembra parlare di operazioni militari. Un televisore mostra immagini del servizio sul blitz che ha portato all’uccisione di Pablo Escobar, Pepe emette strani grugniti e si sofferma sulla violenza subita e la sua morte in un container. Guardando il film ti prende una profonda tristezza, anche se all’inizio pensi si tratti quasi di un cartone animato, ma poi apprendiamo che gli ippopotami sono fuggiti e si sono moltiplicati nel fiume colombiano, considerati un periodo per la nazione e terrorizzano gli abitanti: la polizia li definisce “l’animale più pericoloso del mondo” mentre sono “calmi come l’acqua del fiume.”

    L’originale testimonianza di Pepe è una chiara denuncia del colonialismo e dell’Africa, meta turistica per i bianchi, ma anche della vergogna dei narcotrafficanti dell’America latina.

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    2 Marzo 2024 0 commentI
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