Antonella Sinopoli ▸ Come pensano gli africani?

di Pier Maria Mazzola

Le lingue africane sono tanto forti – nonostante l’apartheid a cui sono sottoposte – da aver formato nel tempo linguaggi nuovi e anche sofisticati.

Penso come parlo. E viceversa. Il linguaggio esprime ciò che siamo, che viviamo, che sentiamo. Esprime la nostra cultura e le nostre relazioni con il mondo. Nello stesso tempo il pensiero si forma “prendendo spunto” dalla lingua che parliamo. Lo mise sotto forma di teoria Benjamin-Lee Whorf (Linguaggio, pensiero e realtà; titolo originale: Language, thought and reality). Il linguista e antropologo statunitense elaborò la tesi che prese il nome di Ipotesi Sapir-W o della “relatività linguistica”. Vuol dire che concetti e pensieri sono elaborati e condizionati dal linguaggio, che quindi gioca un ruolo fondamentale nelle caratteristiche dei popoli.

Nel mondo oggi si parlano circa 7000 lingue; di queste, qualcosa come 2000 solo nel continente africano. E allora – estremizzando la teoria di Whorf – come pensano gli africani? Obbligati a utilizzare lingue non proprie, le lingue coloniali, hanno modificato il pensiero così come hanno dovuto fare con il linguaggio? Ovviamente non sono in grado di dare risposte a una questione complessa e in qualche modo provocatoria.

Conta però riflettere che la visione del mondo occidentale del periodo coloniale “One language, one people” (Una lingua, un popolo), pur essendo stata da tempo superata dalle teorie della linguistica e dell’antropologia, rimane radicata nella realtà. Si nasce acquisendo naturalmente la lingua madre ed è questa a “plasmarci”. Le lingue africane sono tanto forti – nonostante l’apartheid a cui sono sottoposte – da aver formato nel tempo linguaggi nuovi e anche sofisticati: pidgin, creolo… Senza contare quella ricerca del 2011 pubblicata su Science, secondo la quale tutte le lingue del mondo hanno un’origine comune, e quest’origine è in Africa.

Lingue “composte” e non, che rientrano in una nuova teoria: translanguaging. In sostanza, una commistione che sfida la prevaricazione (politica e culturale) di una lingua predominante e persino il bilinguismo. Andare oltre una lingua e comprenderne molte dovrebbe voler dire anche assimilare culture e processi cognitivi legati, appunto, all’uso di uno specifico linguaggio.

Ancora provocatoriamente, allora, domandiamoci: non sarà che gli africani “obbligati” e abituati all’inglese, al francese, al portoghese, allo spagnolo, “capiscono” gli europei meglio di quanto pensiamo e meglio di quanto noi facciamo?

La lingua serve per comunicare, ovvio, ma anche per entrare in empatia. Quanti “bianchi” o “gialli” – o che ne so – vivono in Africa da anni e conoscono almeno una lingua locale? Ancora qualche missionario, i giovani dei Peace Corps americani – vincolati ad impararle per questioni strategiche e di imperialismo –, qualche studioso e pochi altri. La verità è che imparare una lingua africana sembra alla maggior parte di noi tempo perso. Sono le lingue dominanti – e anche su questo il concetto dovrebbe cambiare – a interessarci.

Utilitarismo e dominazione sono i termini che regolano in Africa anche il mondo dell’educazione, dove prevale lo studio nelle lingue “ufficiali” imposte secoli fa dai poteri coloniali. Sebbene l’elenco delle lingue in pericolo di estinzione si allunghi con gli anni, ci sono però anche segnali di recupero e di attenzione nei confronti delle madri-lingue. A cominciare dal consistente dibattito sulla necessità (o meno) da parte di scrittori africani di pubblicare nella lingua di nascita o di origine. Ovviamente la questione principale è: quanta diffusione hanno, o avrebbero, questi testi? Quanto sarebbero tradotti? È davvero necessario scrivere in queste lingue? Ci sono concorsi letterari dedicati a chi scrive – prosa o versi – nella propria lingua di origine, come il Mabati Cornell Kiswahili Prize. Il noto Jalada, collettivo panafricano di scrittori. E ci sono ambiti accademici, ad esempio Stellenbosch University e Cape Peninsula University of Technology (Cput), entrambe in Sudafrica, dove il materiale di studio, per molte facoltà, è in inglese, isiXhosa e afrikaans.

Se padroneggiare una lingua africana non è cosa semplice per un occidentale (soprattutto se manca l’impegno e prevale la visione utilitaristica di cui parlavamo) e seppure si continueranno a privilegiare quelle europee, una cosa è certa: in Africa è più facile trovare un bambino che parli due o tre lingue che in Italia trovare un adulto che parli una lingua straniera, non dico decentemente ma che gli consenta di esprimersi al di là dei gesti. Quelli sì, con una certa dose di universalità.


Antonella Sinopoli. Giornalista professionista e videomaker, è cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. Scrive di Africa anche su Ghanaway. Ha fondato il progetto AfroWomenPoetry con l’obiettivo di dare spazio e voce alle donne poete africane. Vive tra il Ghana e l’Italia.

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