Accordo di pace in Sudan. Vera svolta?

di Valentina Milani
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Come riportato pochi giorni fa, il governo sudanese e il Sudan Revolutionary Front (SRF), un’alleanza di gruppi ribelli della regione occidentale del Darfur e degli Stati meridionali del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, hanno firmato il 31 agosto un accordo di pace a Juba, capitale del vicino Sud Sudan.

Un’intesa che potrebbe rappresentare una svolta storica per il Sudan, Paese che ha visto morire, secondo le Nazioni Unite, circa 300.000 persone solo in Darfur dall’inizio dell’insurrezione nel 2003.

A comporre il Comprehensive Peace Agreement, precisa l’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI), sono otto protocolli che regolano aspetti cruciali delle relazioni tra lo stato centrale e i territori periferici nel quadro di un rinnovato sistema di governo federale: nei documenti si attribuisce infatti larga autonomia ai governi del Nilo Azzurro e del Sud Kordofan. L’accordo prevede inoltre l’istituzione di una Commissione nazionale per la libertà religiosa che garantisca la tutela dei diritti delle comunità cristiane nel sud del Paese, oltre a disciplinare l’integrazione dei combattenti del Sudan People’s Liberation Army-North nei ranghi dell’esercito sudanese entro un periodo di 39 mesi. Un altro importante punto precisa che il 40% della ricchezza prodotta nei due Stati resterà agli stessi per un periodo di 10 anni.

Le insurrezioni nel Nilo Azzurro e nel Sud Kordofan rientrano nelle divisioni che, per decenni, hanno opposto Khartoum alle regioni del sud a causa delle differenze tra le popolazioni arabe e musulmane del nord e quelle africane, di religione prevalentemente cristiana, nel sud. Le prime hanno storicamente esercitato il potere politico ed economico alimentando le resistenze dei popoli del sud, duramente represse dal potere centrale. L’assetto era quindi quello di un nord più sviluppato e un sud più “arretrato”.

Già nel 2005 venne firmato un Comprehensive Peace Agreement tra i leader dell’insurrezione e il governo di Bashir per definire una pacifica coesistenza tra le due “fazioni” del Sudan anche tramite la possibilità di convocare un referendum per l’autodeterminazione. Tale referendum, che ebbe esito positivo nel 2011, portò alla proclamazione di indipendenza del Sud Sudan. Nonostante l’indipendenza ottenuta dalle regioni meridionali del Sudan, altre aree del sud del Paese continuarono però ad essere interessate da conflitti. Tra le formazioni che si oppongono al governo attualmente vi è il Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N) di Malik Agar, presente appunto in Sud Kordofan e nella regione del Nilo Azzurro.

E poi c’è il Darfur dove il conflitto è iniziato nel 2003, dopo che alcuni ribelli, per lo più non arabi, sono insorti contro il governo di Khartoum. Le forze governative, e in particolare le milizie arabe formate dai cosiddetti janjaweed (letteralmente “demoni a cavallo”) che si sono mosse per reprimere la rivolta, sono state accusate di atrocità e violenze diffuse. In questa zona sono attivi numerosi gruppi ribelli, tra i quali: il Justice & Equality Movement (JEM) e il Sudan Liberation Army (SLA) di Minni Minawi.

Nel 2019, la caduta del regime di Omar al-Bashir ha aperto nuove prospettive e reso concrete le aspettative di pace in Sudan che sembrano aver trovato concretezza pochi giorni fa. Vi sono però ancora numerosi ostacoli da superare nel cammino della pacificazione. Basti pensare che due movimenti hanno rifiutato di firmare l’intesa: una fazione del Sudan Liberation Movement, guidata da Abdelwahid Nour, e un’ala del Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), controllata da Abdelaziz al-Hilu hanno negato la firma accusando Khartoum di non voler affrontare questioni fondamentali attinenti al riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e religiose nel Paese su un piano di uguaglianza. Accordi simili, del resto, sono già stati firmati in Paesi come la Nigeria (nel 2006) e il Qatar (nel 2010), ma sono poi falliti nel corso degli anni.

In ogni caso, un passo importante è stato fatto e si spera che rappresenti l’inizio di una nuova era per un Paese che ha già contato troppo morti.

(Valentina Giulia Milani)

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