In Tanzania la paura non ferma la rabbia

di Tommaso Meo

Centinaia di morti, forse migliaia. A mesi di distanza non esiste un bilancio ufficiale della repressione governativa per soffocare le proteste contro le elezioni-farsa dello scorso ottobre. Tra paura, rabbia e silenzi imposti, la Gen Z tanzaniana prova a ritagliarsi nuovi spazi di dissenso e confronto pubblico

di Stefano Pancera

La strada è di terra rossa. La gente corre, si sente uno sparo. Poi una donna con una giacca viola cade. Un’altra donna le urla: «Mamma, mamma, alzati». Prova a sollevarla. Ma il sangue si allarga sulla maglietta, sul ventre, poi dietro, sulla schiena. È uno dei video girati nei sobborghi di Arusha il 29 ottobre 2025, giorno delle elezioni presidenziali e parlamentari in Tanzania. Uno dei tanti. A centinaia di chilometri di distanza, tra le strade di Kivukoni sul lungomare di Dar es Salaam, un venditore ambulante batte sul cofano del taxi offrendo sacchetti d’acqua; i bajaji zigzagano tra le corsie; le voci dei commercianti si mescolano ai richiami dei traghetti per Kigamboni. Tutto sembra normale, come se nulla fosse accaduto. La città respira al suo ritmo consueto. Eppure, solo sei mesi fa, durante e dopo il voto del 29 ottobre, il governo ha imposto pesanti restrizioni all’accesso a internet in tutto il Paese. Per giorni la rete è stata rallentata o oscurata, mentre in quelle stesse ore la polizia apriva il fuoco contro ragazzi disarmati. Decine di video verificati e geolocalizzati dai principali media internazionali – dalla Cnn alla Bbc – hanno squarciato il blackout: manifestanti in fuga, feriti trascinati via, corpi sui marciapiedi, obitori sovraffollati. Per riavere i resti dei propri cari, alcune famiglie sarebbero state costrette a firmare documenti che certificavano morti «naturali» o per «incidenti stradali», con rinuncia esplicita all’autopsia. Firmi o non rivedi tuo figlio.

Il numero delle vittime resta controverso. La Commissione d’inchiesta governativa sulle violenze post-elettorali in aprile ha accertato in totale 518 morti, ma il numero è ampiamente sottostimato, secondo diversi esponenti della società civile. il movimento Jumuiya Ni Yetu, formato da oltre 40 organizzazioni per i diritti umani con sede a Nairobi, in Kenya, ha pubblicato un rapporto in cui denunciava la morte di 3.000 persone, descrivendo una delle repressioni politiche più sanguinose nella storia recente dell’Africa orientale. Altre organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, non hanno mai quantificato il numero delle vittime, limitandosi a parlare di «centinaia». Lo stesso ha fatto l’Ohchr delle Nazioni Unite.

Un uomo indica le macchie di sangue sulla strada lasciate da un manifestante ferito durante gli scontri avvenuti a Dar es Salaam il 29 ottobre 2025, nel corso delle elezioni presidenziali in Tanzania. Foto: Afp

Calma apparente

In città l’aria è densa: odora di gasolio, pesce alla brace e oceano. Seduto accanto a me, sul sedile posteriore, c’è Faraji, ventidue anni, attivista. Maglietta sbiadita, occhiali scuri che gli coprono metà volto, un telefono che controlla di continuo. Sui cartelloni non ci sono più le gigantografie sorridenti della presidente Samia Suluhu Hassan. Ora domina il volto di Davido, star nigeriana dell’afrobeat attesa al Lugalo Golf Club. Il concerto è sold out. Il “ragazzo di Lagos” riempie, mentre da mesi i big del Bongo Flava (la musica pop urbana della Tanzania) denunciano sale mezze vuote. Dopo gli spari e i morti, la Gen Z tanzaniana ha trovato un modo per aggirare la censura: ritirare il sostegno agli artisti che non hanno condannato la repressione. Niente più follow, niente streaming delle loro canzoni. Una scelta chirurgica: staccarsi. «È il nostro modo di far arrivare il messaggio senza finire in una fossa», racconta Faraji. «Il problema è che non siamo stati ascoltati per molto tempo, non solo dal 29 ottobre. Abbiamo strappato il cerotto, ma ora bisogna trovare la cura». Poi mi guarda negli occhi: «Quando ci hanno arrestati, Samia ha detto ai giudici di essere clementi. Prima permetti di sparare, poi perdoni chi è sopravvissuto».

A Coco Beach, nel quartiere di Oyster Bay, mi aspetta un collega del quotidiano nazionale The Citizen. Sabbia chiara, ragazzini che rincorrono un pallone, l’Oceano Indiano che lambisce lento la città. Arriva trafelato, la camicia incollata alla schiena dal sudore e lo sguardo vigile di chi ha imparato a pesare ogni parola. Mi stringe la mano, poi abbassa la voce: meglio non scrivere il suo nome. «Nel 2021, dopo la morte di John Magufuli, quando Samia è salita al potere senza una solida base nel partito, sembrava aprirsi una stagione nuova: oppositori liberati, comizi meno sorvegliati, riforme in agenda. Poi il 2025 ha cambiato tutto. Pressioni interne e apparati di sicurezza hanno preso il sopravvento. L’arresto di Tundu Lissu, leader del Chadema – che lei stessa aveva fatto rientrare dall’esilio –, la sospensione del nostro giornale per una vignetta satirica, la ripresa delle sparizioni di oppositori: sono solo alcuni esempi».

Strappi da ricucire

Le reazioni non si sono fatte attendere. L’arcivescovo cattolico di Dar es Salaam, Jude Ruwa’ichi, ha bollato la repressione come «un abominio davanti a Dio», parole che in un Paese a maggioranza cristiana hanno avuto un’eco particolare. La Commissione africana dei diritti dell’uomo e dei popoli ha espresso «profonda preoccupazione», chiedendo il rispetto delle libertà fondamentali. Diciannove missioni diplomatiche accreditate a Dar es Salaam – tra cui Regno Unito, Canada, Stati Uniti e la Delegazione dell’Unione Europea – hanno sottoscritto una nota congiunta di rammarico per la perdita di vite umane. A Bruxelles, il Parlamento europeo ha sollecitato il congelamento di 156 milioni di euro, pari a un quarto del sostegno annuale dell’Ue. Il restante pacchetto di aiuti, 626 milioni per il periodo pluriennale, non è stato però rimesso in discussione. «Non moriremo di fame», ha tagliato corto il ministro degli Esteri Mahmoud Thabit Kombo, liquidando come «poca cosa» quanto accaduto se paragonato ad altre crisi africane.

La presidente della Tanzania Samia Suluhu Hassan (seconda da sinistra) passa in rassegna la guardia d’onore al suo arrivo al Parlamento tanzaniano in occasione dell’inaugurazione ufficiale della 13ª legislatura a Dodoma il 14 novembre 2025. Foto: Afp

Intanto l’apparato del Chama Cha Mapinduzi, al potere da quasi mezzo secolo, rilancia il suo «progetto di riconciliazione nazionale»: una strategia di normalizzazione che mira a chiudere il capitolo delle violenze senza scavare nelle responsabilità. Pragmatismo economico e stabilità percepita restano le priorità dichiarate. Non a caso, alle prime pressioni internazionali è seguito un intenso tour diplomatico del ministro: Bruxelles, dove ha incontrato tra gli altri Thomas Östros, vicepresidente della Banca europea per gli investimenti; Il Cairo, per un faccia a faccia con il capo della diplomazia russa Sergej Lavrov; infine il Vaticano, in una fredda mattina di gennaio. La foto ufficiale con papa Leone XIV è stata amplificata dai media governativi come prova di ritrovata legittimità e di piena normalità internazionale. La verità promessa sulla notte del 29 ottobre sarebbe dovuta arrivare dalla commissione d’inchiesta guidata dal giudice Othman. Ma l’organismo, interamente nominato dall’esecutivo e composto da figure con lunga carriera negli apparati statali – inclusa l’ex ministra della Difesa in carica quella notte – è apparso a molti più un paravento che uno specchio. Chi dovrebbe essere indagato giudica. Chi dovrebbe rispondere stabilisce i fatti. Il risultato è un rapporto – arrivato con mesi di ritardo – che non contiene un conteggio dettagliato delle vittime né raccomanderà incriminazioni individuali.

Rabbia silenziosa

«La situazione è molto tesa, c’è rabbia inespressa. Peggiorerà prima di migliorare», afferma Maria Sarungi Tsehai, fondatrice del movimento digitale #ChangeTanzania che da anni promuove campagne per la trasparenza e i diritti civili. «Non c’è mai stato un autentico percorso riformista. L’unica vera riforma sarebbe una nuova Costituzione democratica che ristabilisca l’equilibrio dei poteri. Ma il partito di governo non è pronto. Le riforme vengono evocate per placare il popolo, non per realizzarle». I post sono più cauti, i video più neutri. Ma tutti sanno cosa è successo. E nessuno dimentica. Si parla sottovoce, in casa, a porte chiuse. Eppure nuovi spazi di discussione emergono, come il talk show Kivulini Talks lanciato dal media indipendente The Chanzo. «Se il prezzo della stabilità è la scomparsa di chi critica, allora quella che il governo chiama pace sociale è il respiro gelido di un regime che nasconde gli artigli dietro un sorriso presidenziale», dice un ospite. Un’altra partecipante al dibattito, una giovane che negli scontri di ottobre ha perso il fratello, allarga lo sguardo: «È una tragedia che non risparmia nessuno. Anche quei poliziotti e quei soldati che hanno sparato hanno una famiglia. Camminano per le stesse strade, vivono accanto a noi. E neppure la loro vita è rimasta uguale. Qui la polizia è prima di tutto fedele al partito-Stato: la lealtà politica conta più della competenza. Così, alla fine, molti di noi finiscono per vedere lo Stato come un gruppo ristretto di persone disposto a usare qualsiasi mezzo pur di restare al potere».

Manifestanti marciano per le strade brandendo pietre e intonando slogan mentre a Dar es Salaam, il 29 ottobre 2025, scoppiano scontri durante le elezioni presidenziali in Tanzania. Foto: Afp

La Bagamoyo Road scorre lenta tra lamiere e gas di scarico. Poi appare l’Università di Dar es Salaam, “the Hill”. Davanti agli ingressi sostano camionette della polizia. Agenti all’ombra, appoggiati ai cofani caldi, osservano. Il taxi si ferma sotto un albero di mango. L’ombra è corta, il caldo insistente. Prima di scendere chiedo a Faraji se ha paura. Mi guarda come si guarda qualcuno che ha posto una domanda ingenua. «Forse, a volte. Ma siamo figli di una stagione strana. E anche se ci spareranno ancora, la paura non ferma la rabbia. E la rabbia, prima o poi, trova sempre la sua strada».

Questo servizio è uscito sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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