Quale peso politico dobbiamo dare al terzo vertice Russia-Africa?

di Tommaso Meo
Putin al Russia-Africa 2026

L’interscambio commerciale di Mosca con il continente è ancora modesto, ma con i 45 accordi militari siglati e i legami nucleari a lungo termine proposti a 38 Paesi, Putin tenta di trasformare il risentimento post-coloniale in capitale strategico

di Andrea Spinelli Barrile

Se il peso di una nazione si misurasse esclusivamente dai volumi del suo interscambio commerciale, il vertice Russia-Africa del 2026 sarebbe passato agli archivi come un evento di importanza decisamente marginale. Con i suoi 27 miliardi di dollari di interscambio con l’Africa, la Russia scompare al cospetto dei quasi 300 miliardi mossi dalla Cina o delle imponenti cifre dell’Unione europea, rientrando in una dimensione da Piano Mattei più che da nuovo impero. Nel mondo occidentale, dove l’egemonia del capitalismo ha assorbito ogni altra metrica e l’economia detta l’agenda delle nazioni, questo dato sarebbe sufficiente per derubricare Mosca a partner secondario. Eppure, a giudicare dalle presenze a questa terza edizione del summit, la realtà sfugge a questa logica e il Sud del mondo dimostra che la politica ha ancora un peso vitale, capace di muovere leader e ridisegnare alleanze.

L’amo della retorica anticoloniale

Per agganciare i suoi interlocutori, il presidente russo Vladimir Putin non ha usato il libretto degli assegni, ma il potente megafono della retorica anticoloniale. Non a caso, tra i 3.500 partecipanti provenienti da 74 nazioni, spiccavano le figure delle figlie di Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana, e di Patrice Lumumba, padre del panafricanismo congolese, una cornice che ha offerto il palcoscenico ideale per le invettive dei leader africani contro le ex potenze imperiali. La Russia ha messo a loro disposizione tutto: i media, con interviste ai leader liberi di picconare gli ex-coloni, la platea, i side-event, le cerimonie gioiose e stereotipiche che piacciono ai potenti. Il presidente malgascio Michael Randrianirina ha accusato senza mezzi termini i leader europei di denigrare la leadership africana, mentre il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou Nguesso, ha puntato il dito contro l’architettura finanziaria «coloniale» da superare per dare finalmente voce al continente. Intervistato in tv, il presidente eritreo Isaias Afewerki ha ricordato che «l’Africa deve farcela da sola», sciorinando le ingiustizie nei suoi confronti una dietro l’altra. È su questo terreno di risentimento storico e ricerca di emancipazione che la Russia semina la sua narrazione di alleato naturale.

Il presidente Vladimir Putin durante una cerimonia ufficiale di benvenuto riservata ai capi delle delegazioni in occasione del terzo vertice Russia-Africa. Alexandr Kryazhev / Sputnik

Ed è qui il vero vantaggio politico russo: in Occidente fatichiamo a comprendere la portata di questa relazione proprio per un deficit di «grammatica»: non sappiamo più leggere le mosse che non rispondono unicamente alla logica del profitto. Questa retorica si traduce in prassi non attraverso l’aumento massiccio dei volumi commerciali, ma tramite la politicizzazione delle transazioni. Al vertice, Putin ha ribadito la volontà di costruire un «ordine mondiale multipolare», libero dai diktat occidentali. La prova di forza non sta tanto nel superamento dei 27 miliardi di interscambio (+50% in tre anni), quanto nel fatto che l’85% di queste transazioni avviene ormai in rubli: la de-dollarizzazione è uno strumento squisitamente politico, protegge i mercati dalle influenze esterne e dalle sanzioni, offrendo ai Paesi africani una via d’uscita dal sistema finanziario controllato dall’architettura di Bretton Woods.

Mosca sta cercando di istituzionalizzare questa sua presenza, per renderla strutturale tramite la creazione di un’infrastruttura, questa sì economica e finanziaria, parallela a quella occidentale.

Il braccio operativo: diplomazia della sicurezza e dell’energia

Se l’ideologia attrae, è la sicurezza a blindare i regimi. La cooperazione militare rimane il vero fiore all’occhiello della politica africana del Cremlino, forte di accordi con ben 45 Paesi. Mosca si propone come un partner esportatore di stabilità (o, per i suoi critici, di protezione per le élite al potere): Rosoboronexport non si limita a vendere armi leggere, ma ha mostrato ai suoi partner africani droni di ultima generazione e sistemi antiaerei. Il sostegno di Mosca nel Sahel ha ricevuto la benedizione politica di Sassou Nguesso, che ha parlato di «segnali di allentamento della crisi», e il presidente dell’Unione Africana, Evariste Ndayishimiye, ha aperto le porte all’addestramento russo per la Forza Africana di Pronto Intervento (Asf). Un’evoluzione non scontata e che riabilita la Russia, oggi unico attore mondiale con i «boots on the ground» nell’area più critica del mondo, il Sahel.

Sessione plenaria del terzo vertice Russia-Africa a Mosca. Maksim Blinov / Sputnik

A questa diplomazia muscolare si affianca quella energetica, che lega i destini dei Paesi africani alla Russia con contratti intergenerazionali. L’offerta di Rosatom di centrali nucleari galleggianti per i 38 Paesi africani dotati di una costa idonea è un capolavoro di geopolitica energetica: i contratti di acquisto di energia (Ppa) prevedono manutenzione e rifornimento gestiti interamente in Russia, con cicli di vita fino a 60 anni. Con progetti in fase di trattativa in Egitto, Etiopia, Togo, Namibia e Tanzania, Mosca si assicura una dipendenza tecnologica e politica a lunghissimo termine.

La geopolitica delle presenze

Tirando le fila, il successo di questa strategia si misura nella geopolitica delle presenze. Il numero delle delegazioni (48 su 54 Paesi) e dei capi di Stato o di governo (22) segna un lieve incremento rispetto all’edizione pietroburghese del 2023. L’immagine di leader come Randrianirina, Gnassingbé o i rappresentanti del Burkina Faso prelevati direttamente dall’Ilyushin Il-96 di rappresentanza del Cremlino restituisce visivamente il prestigio e il paternalismo di questa alleanza. Eppure, questa politica vive di andamenti altalenanti e presenta ombre evidenti. Il picco di Sochi 2019 (43 presidenti su 54 delegazioni) è ancora lontano e il peso delle presenze non è uniforme: la Nigeria, gigante demografico ed economico del continente, ha inviato solo un viceministro, un declassamento diplomatico che dà l’esatta misura di quanto il continente sia frammentato e non si consegni in blocco a Mosca. Contemporaneamente, però, proprio la Nigeria ha riaperto il dialogo con Mali, Niger e Burkina Faso e non è assurda l’ipotesi di un suo intervento.

Il presidente Vladimir Putin posa per una foto di gruppo con i partecipanti al terzo vertice e forum Russia-Africa. Foto: Alexandr Kryazhev / Sputnik

Non ci sono quindi né vinti né vincitori definitivi in questo vertice. C’è, piuttosto, un dinamismo fluido che sfugge alle rigide categorie occidentali. Il rapporto tra Russia e Africa rimane profondamente utilitaristico: non un utilitarismo economico, misurabile in container o bilance commerciali, ma politico. Più «raffinato» e meno «afferrabile» dalle analisi occidentali, schiacciate sulle previsioni di crescita. Per la Russia ogni Paese amico è un voto prezioso all’Onu e una crepa nell’isolamento internazionale; per le leadership africane, Mosca è uno scudo di sicurezza e una leva formidabile per alzare il prezzo negoziale con l’Occidente. Cose si muovono e succedono, scardinando il primato globale, mentre noi europei, ostaggio dei nostri dogmi economici e di un’errata percezione di noi stessi, restiamo a guardare senza comprenderne la lingua.

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