Le Forze democratiche alleate (Adg), un gruppo estremista attivo nell’est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), hanno ridotto la loro dipendenza dai finanziamenti dello Stato islamico, mutando forma in un’insurrezione che oggi è economicamente autosufficiente e si finanzia grazie all’oro estratto nelle aree di conflitto. A rivelarlo è un nuovo rapporto investigativo dell’organizzazione statunitense The Sentry, diffuso questa mattina.
L’inchiesta evidenzia che le Adf, che nel 2025 ha avuto il triste primato di essere il secondo gruppo armato non statale più mortale al mondo per i civili, sono in grado di generare oggi tra 1 e 1,6 milioni di dollari all’anno grazie al controllo dei siti auriferi nella sola area di Manguredjipa. L’oro viene contrabbandato verso i commercianti e le raffinerie in Uganda, per essere infine esportato sui mercati internazionali, in primis negli Emirati arabi uniti: una filiera che parte dai combattenti in Ak-47 e arriva nel tempo della raffineria aurifera mondiale, ma ad alimentare la guerriglia contribuiscono, oltre all’oro estratto e commercializzato illegalmente, anche i proventi derivanti dal racket, dai rapimenti e dal controllo della produzione di cacao.
I dati sui monitoraggi della sicurezza regionale diffusi nel report mostrano come le Forze armate congolesi (Fardc) siano tatticamente sovraestese a causa del fronte aperto contro l’M23, nel Nord Kivu, e questo vuoto di sicurezza ha permesso alle Adf non solo di sopravvivere, ma di espandersi geograficamente e riorganizzarsi attorno alle miniere, adottando tattiche sempre più sofisticate.
Il documento di The sentry accende i riflettori sulle ambiguità strategiche del governo di Kampala: l’esercito ugandese (Updf), dispiegato in territorio congolese con l’Operazione shujaa per combattere il terrorismo, si sarebbe di fatto limitato a spingere i miliziani verso aree più remote (e ricche di risorse). Il persistere della minaccia jihadista fornisce all’Uganda il pretesto perfetto per prolungare la propria presenza militare, proteggendo così interessi economici a lungo termine, le infrastrutture logistiche e i flussi transfrontalieri di risorse.
L’allarme di The sentry si sposta quindi sui mercati: l’organizzazione esorta la comunità internazionale a colpire i facilitatori del riciclaggio, puntando il dito contro gli Emirati arabi uniti come destinazione finale dell’oro insanguinato e chiedendo l’imposizione di una rigida due diligence sull’asse commerciale Uganda-Uae per troncare i flussi finanziari che sostengono i massacri.



