Il mistero dei laghi che s’innalzano

di Tommaso Meo

Dal Turkana a Naivasha, i laghi della Rift Valley stanno aumentando di livello, in modo rapido e disomogeneo. Strade, villaggi e parchi naturali vengono sommersi, mentre centinaia di migliaia di persone sono costrette a spostarsi. Tra piogge estreme, movimenti tettonici e degrado ambientale, le cause restano oggetto di dibattito scientifico

di Marco Trovato

La strada che costeggia il Lago Turkana scompare all’improvviso, tra i villaggi di Komote e Layeni, cancellata dalle acque che l’hanno inghiottita nel giro di pochi mesi. Dove, fino a un anno fa, correva una pista battuta da camion e motociclette, oggi si apre un’insenatura color giada, increspata dal vento del deserto. Per raggiungere Loiyangalani, la principale località della sponda sud-orientale del lago, è necessario inerpicarsi su una deviazione improvvisata: una lingua di pietre laviche che serpeggia tra colline bruciate dal sole, tracciata in fretta dagli abitanti per non restare isolati. Arrivati a destinazione, lo sconcerto aumenta. A circa cinquecento metri dalla riva attuale emergono dalle acque i resti di una struttura sommersa. Spunta appena un cono grigio. «È il tetto del vecchio magazzino del pesce», racconta Lemayan Ekai, anziano pescatore turkana, mentre sistema lentamente le reti all’ombra di una capanna. «Dieci anni fa il lago ha cominciato a crescere. Piano, ma senza fermarsi. Quando l’acqua ha raggiunto l’edificio, lo abbiamo abbandonato e ne abbiamo costruito un altro più indietro, convinti che fosse al sicuro».

Con un gesto della mano indica una costruzione bianca, poco distante dalla riva. È semisommersa. «Negli ultimi mesi il livello è salito con una velocità che non avevamo mai visto. Ha raggiunto anche quello. Ora non sappiamo più cosa fare». Attorno al Turkana – il più grande lago permanente in ambiente desertico del pianeta – la sensazione è la stessa dappertutto: incredulità. Le comunità che vivono di pesca e pastorizia assistono a un fenomeno che sembra sfidare la memoria collettiva e le spiegazioni più immediate. «L’acqua che beviamo, dai pozzi e dalle sorgenti, è sempre più salmastra», spiega Lemayan. «È il segno che il lago si sta allargando e sta contaminando la falda. Se continua così, qui non potremo più vivere».

Case sommerse

Scene analoghe si ripetono centinaia di chilometri più a sud, lungo la Rift Valley. Al Lago Nakuru, area protetta e patrimonio mondiale dell’Unesco, l’innalzamento delle acque ha inghiottito tratti della strada che attraversava il parco nazionale e ora minaccia lodge turistici e infrastrutture. Il mutamento dell’ecosistema sta costringendo migliaia di uccelli migratori a cambiare rotta. Le celebri distese rosa dei fenicotteri, simbolo del parco, si sono assottigliate fin quasi a scomparire, insieme a pellicani e trampolieri che trovavano qui uno dei loro principali rifugi stagionali. Non va meglio al Lago Naivasha, a poco più di un’ora e mezza da Nairobi. Nel novembre scorso, circa cinquemila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case, invase dall’acqua. In un Paese dove la siccità continua a colpire duramente vaste aree del nord e dell’est, l’immagine di villaggi sommersi e barche utilizzate per evacuare scuole e chiese appare come un paradosso.

Una ragazza guarda accanto a un’auto danneggiata sepolta nel fango in un’area pesantemente colpita da piogge torrenziali e inondazioni improvvise nel villaggio di Kamuchiri, vicino a Mai Mahiu, il 29 aprile 2024. Foto: Luis Tato / Afp

A Naivasha l’acqua non è arrivata tutta insieme, come un’alluvione improvvisa. È avanzata giorno dopo giorno, silenziosa, superando recinzioni, invadendo cortili, entrando nelle case. Quando gli abitanti del distretto di Kihoto se ne sono accorti, era troppo tardi. «Non avevamo mai visto nulla del genere», racconta Agnes Muthoni, indicando ciò che resta della sua abitazione. «Sapevamo che il lago stava crescendo da anni, ma nessuno immaginava potesse spingersi così lontano». Secondo le autorità locali, il Lago Naivasha si è spostato fino a un chilometro e mezzo verso l’entroterra, un dato senza precedenti nella memoria recente. Sono finite sott’acqua centinaia di abitazioni, come pure chiese, scuole e una stazione di polizia, oggi circondata da tappeti di giacinti acquatici. In una scena che sintetizza la portata della crisi, alcuni bambini hanno evacuato la scuola su zattere improvvisate, con il concreto rischio di incontrare ippopotami sospinti dall’avanzata delle acque.

Le canoe turistiche, solitamente impiegate per i safari lacustri, sono state riconvertite in mezzi di emergenza. Hanno tratto in salvo famiglie intrappolate, trasportato beni essenziali, soccorso anziani. Lungo le sponde, tronchi spogli di acacia emergono dall’acqua: un tempo formavano una cintura verde, ora sono sommersi dal lago. Anche l’economia ha subito colpi durissimi. L’emergenza è esplosa nel pieno della stagione turistica, provocando la cancellazione di migliaia di prenotazioni e mettendo in ginocchio un comparto vitale per l’area. A questo si aggiungono i danni alle serre floricole che circondano Naivasha – da cui proviene una quota rilevante delle rose vendute sui mercati europei –, con gravi ripercussioni sull’occupazione e sul reddito di migliaia di famiglie. Quanto sta accadendo non può essere spiegato soltanto dalle piogge eccezionali, né riguarda un singolo bacino.

Laghi in movimento

L’innalzamento delle acque interessa gran parte dei laghi della Rift Valley kenyana, una delle aree geologicamente più attive del continente. Questa immensa cicatrice della crosta terrestre – una fenditura lunga migliaia di chilometri che attraversa l’Africa orientale dal Mozambico all’Eritrea e si prolunga fino al Medio Oriente – ospita una catena di bacini, alcuni di acqua dolce, altri alcalini, legati tra loro da equilibri idrologici estremamente fragili. Dal Turkana, nel nord desertico, fino a Nakuru, Baringo, Bogoria e Solai, i livelli dei laghi sono cresciuti in modo marcato negli ultimi quindici anni, trasformando il paesaggio e spingendo intere comunità ad abbandonare le proprie terre. Un rapporto congiunto del governo kenyano e del Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) stima che dal 2010 siano state colpite circa 80.000 famiglie, pari a 400.000 individui. Case, scuole, ospedali, strade e terreni agricoli sono stati sommersi o distrutti. L’espansione delle superfici lacustri è significativa e disomogenea: dal 21% del Lago Naivasha al 50% del Baringo, fino al 300% del piccolo Solai, che in soli cinque anni è passato da 3 a quasi 12 chilometri quadrati. In alcuni bacini il livello dell’acqua è salito fino a nove metri. Le cause, tuttavia, restano ancora oggetto di dibattito.

Lago Turkana (Kenya) – 2012 – Due El Molo armati di arpioni alla ricerca di un coccodrillo. Gli El Molo erano un gruppo etnico di cacciatori e tradizionalmente la pesca veniva effettuata anche lanciando arpioni, stando in piedi su zattere. Oggi la caccia è vietata dalle autorità che hanno aggiunto i coccodrilli all’elenco delle specie protette, ma a volte vengono fatte eccezioni per gli El Molo. Foto: Bruno Zanzottera

Due grandi ipotesi

Per molti scienziati, la principale spiegazione risiede nell’aumento delle precipitazioni legato al cambiamento climatico. A sostegno della tesi c’è uno studio condotto nel 2021 dall’Istituto di idrologia e gestione delle risorse idriche dell’Università Boku di Vienna, basato su dati satellitari di telerilevamento. I ricercatori hanno analizzato superfici, volumi, flussi e bilanci idrici dei laghi più colpiti. I risultati indicano che, dopo decenni di oscillazioni relativamente contenute, a partire dal 2010 le superfici lacustri hanno registrato un’espansione drastica, in concomitanza con stagioni insolitamente piovose che hanno interessato le regioni dei bacini. «Sono sufficienti cambiamenti anche minimi nell’equilibrio idrico per spiegare il fenomeno», scrive Matteo Herrnegger su The Conversation. «Un aumento delle precipitazioni annue anche solo dello 0,4-2% può determinare una crescita significativa dei livelli».

Ma non tutti sono convinti che la pioggia sia l’unica responsabile. Il geologo kenyano John Lagat, responsabile regionale della Geothermal Development Corporation, intervistato da Al Jazeera, punta il dito sulla natura profonda della Rift Valley. «Questi laghi si trovano lungo una grande faglia attiva. I movimenti tettonici possono sigillare o riaprire deflussi sotterranei, intrappolando l’acqua». Lagat ricorda che alla fine del XIX secolo, quando arrivarono i coloni britannici, alcuni laghi erano molto più estesi. «I successivi spostamenti delle placche li hanno ridotti. Ora potremmo essere in una fase opposta». Lo stesso Lagat riconosce però che precipitazioni intense, degrado del suolo e crescita demografica giocano un ruolo sostanziale.

Paradosso climatico

Vale la pena ricordare che, nello stesso periodo in cui si è registrato l’innalzamento di livello dei laghi, in altre aree del Paese si sono manifestati fenomeni di segno opposto, con una marcata riduzione delle precipitazioni e ricorrenti episodi di siccità. L’Africa orientale è sempre stata segnata da una forte variabilità climatica. A lunghi periodi di siccità si sono alternati cicli di grande umidità. Il Lago Naivasha, oggi in espansione, intorno al 1850 era ridotto a una pozzanghera. Negli anni Quaranta e Cinquanta era così basso che i pastori masai lo attraversavano con il bestiame. La differenza, oggi, è la densità di popolazione e la pressione sugli ecosistemi. L’intensificazione delle piogge, unita alla deforestazione e al sovrapascolamento, ha ridotto la capacità del suolo di assorbire l’acqua: il cosiddetto “effetto spugna”. Il risultato è un paradosso: più pioggia non significa più fertilità, ma più erosione e desertificazione. I sedimenti trascinati dai pendii finiscono nei laghi, ne alzano i fondali e ne accelerano l’espansione. Nel caso del Lago Baringo, l’erosione può raggiungere 200 tonnellate di sedimenti per ettaro all’anno. Un carico enorme che, oltre ad alzare il livello dell’acqua, sigilla i fondali e impedisce la ricarica delle falde.

Il rischio di una catastrofe

C’è poi uno scenario che preoccupa particolarmente gli scienziati: la possibile connessione tra il Lago Baringo, di acqua dolce, e il vicino Lago Bogoria, altamente alcalino. La distanza tra i due si è ridotta da 22 a 13 chilometri. Se le acque dovessero congiungersi, la contaminazione avrebbe effetti devastanti sulla pesca, la biodiversità e la fauna, dagli ippopotami ai coccodrilli. Non sarebbe la prima volta. Diecimila anni fa, questa regione era coperta da enormi laghi. Il Turkana ha già inglobato il Lago Logipi; il Baringo ha assorbito il Lago 94; l’Oloiden è scomparso nel Naivasha. La storia geologica suggerisce che questi movimenti ciclici potrebbero ripetersi.

Nonostante la portata del fenomeno, l’innalzamento dei laghi della Rift Valley non figura tra le priorità politiche del Kenya. Eppure gli impatti sono già evidenti: perdita di terre, conflitti tra comunità, infrastrutture cancellate, ecosistemi stravolti. Fermare l’acqua non è possibile. Ma intervenire su erosione, deforestazione, gestione del territorio e protezione delle popolazioni lo è. Senza un’azione coordinata, avvertono gli esperti, l’avanzata silenziosa dei laghi rischia di trasformarsi in uno dei più grandi disastri ambientali dell’Africa orientale contemporanea. E mentre il lago continua a salire, sulle rive del Turkana, Lemayan Ekai osserva l’acqua che lambisce ciò che resta del suo villaggio. «La terra si muove, il cielo cambia», dice. «Noi siamo qui in mezzo. E non sappiamo per quanto ancora».

Questo servizio è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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