Migliaia di persone in fuga dalla devastante siccità dell’Angola meridionale stanno affrontano gravi difficoltà una volta varcato il confine con la Namibia. Senza canali migratori legali e sicuri, le famiglie sfollate, in maggioranza donne e bambini, rischiano arresti, trattamenti discriminatori ed espulsioni forzate.
A tracciare il quadro dell’emergenza è l’ultimo rapporto di Amnesty International, intitolato “Più aumenta la siccità, più bisogna camminare e scavare in profondità”. L’indagine, condotta tra maggio 2024 e maggio 2026 attraverso 167 interviste a sfollati, leader comunitari e funzionari delle Nazioni Unite, analizza l’impatto della crisi climatica nelle province angolane di Cunene, Huíla e Namibe. Qui il prosciugamento delle risorse e il crollo della pastorizia tradizionale hanno spinto intere comunità a spostarsi verso nord in cerca di cibo e acqua.
L’ingresso in Namibia rischia però di trasformarsi in una trappola. La paura dei controlli sull’immigrazione spinge molti migranti a evitare le strutture sanitarie, mentre chi vi accede deve sostenere costi ospedalieri molto più alti rispetto a quelli riservati ai residenti namibiani, trovandosi spesso costretto a rinunciare alle cure.
L’organizzazione ha inoltre documentato gravi episodi di espulsioni collettive. Nel giugno 2025, a Opuwo, le forze dell’ordine namibiane hanno fermato circa 40 cittadini angolani, tra cui donne e minori, trasferendoli direttamente alla frontiera di Ruacana senza alcuna valutazione individuale né la possibilità di avanzare richiesta di asilo.
«La protezione degli angolani già emarginati e costretti a trasferirsi in Namibia alla ricerca di mezzi di sostentamento non è soltanto una questione umanitaria. È una crisi dei diritti umani», ha sottolineato Tigere Chagutah, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.



