In Namibia crescono le detenzioni e le espulsioni dei profughi climatici dall’Angola

di Tommaso Meo

Migliaia di persone in fuga dalla devastante siccità dell’Angola meridionale stanno affrontano gravi difficoltà una volta varcato il confine con la Namibia. Senza canali migratori legali e sicuri, le famiglie sfollate, in maggioranza donne e bambini, rischiano arresti, trattamenti discriminatori ed espulsioni forzate.

A tracciare il quadro dell’emergenza è l’ultimo rapporto di Amnesty International, intitolato “Più aumenta la siccità, più bisogna camminare e scavare in profondità”. L’indagine, condotta tra maggio 2024 e maggio 2026 attraverso 167 interviste a sfollati, leader comunitari e funzionari delle Nazioni Unite, analizza l’impatto della crisi climatica nelle province angolane di Cunene, Huíla e Namibe. Qui il prosciugamento delle risorse e il crollo della pastorizia tradizionale hanno spinto intere comunità a spostarsi verso nord in cerca di cibo e acqua.

L’ingresso in Namibia rischia però di trasformarsi in una trappola. La paura dei controlli sull’immigrazione spinge molti migranti a evitare le strutture sanitarie, mentre chi vi accede deve sostenere costi ospedalieri molto più alti rispetto a quelli riservati ai residenti namibiani, trovandosi spesso costretto a rinunciare alle cure.

L’organizzazione ha inoltre documentato gravi episodi di espulsioni collettive. Nel giugno 2025, a Opuwo, le forze dell’ordine namibiane hanno fermato circa 40 cittadini angolani, tra cui donne e minori, trasferendoli direttamente alla frontiera di Ruacana senza alcuna valutazione individuale né la possibilità di avanzare richiesta di asilo.

«La protezione degli angolani già emarginati e costretti a trasferirsi in Namibia alla ricerca di mezzi di sostentamento non è soltanto una questione umanitaria. È una crisi dei diritti umani», ha sottolineato Tigere Chagutah, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.

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