Tra cavi sottomarini controllati sempre più dai colossi tecnologici e l’espansione di Starlink nelle aree remote, l’Africa accelera la propria trasformazione digitale ma su infrastrutture che controlla solo in parte. Dietro la corsa alla connettività emergono interrogativi su dipendenza tecnologica, sovranità dei dati e nuovi equilibri geopolitici
di Andrea Censoni
Il 14 marzo 2024, in Costa d’Avorio, Internet smise improvvisamente di funzionare. Sul fondo dell’Atlantico, una frana sottomarina aveva reciso quattro cavi in fibra ottica concentrati lungo la stessa tratta costiera, un punto critico che nessuno aveva adeguatamente protetto. In pochi minuti tredici Paesi africani, dal Gambia al Sudafrica, si ritrovarono offline o con connessioni gravemente rallentate: banche bloccate, esami universitari sospesi, hub tecnologici paralizzati. Le riparazioni richiesero settimane. Due mesi dopo, sull’altro versante del continente, un’ancora danneggiò altri cavi al largo del Sudafrica, lasciando offline gran parte dell’Africa orientale. Due incidenti, migliaia di chilometri di distanza, ma la stessa vulnerabilità strutturale: oltre il 95% del traffico dati intercontinentale viaggia attraverso cavi sottomarini e, in molti tratti delle coste africane, percorsi alternativi semplicemente non esistono.
Oggi l’Africa conta 77 sistemi di cavi sottomarini attivi o in costruzione, cresciuti grazie a grandi investimenti privati. Meta ha completato a fine 2025 il cavo sottomarino più lungo del mondo, 45.000 chilometri di fibra ottica che raggiungono 33 Paesi. Google ha invece posato un collegamento dal Portogallo al Sudafrica. Investimenti reali, con effetti concreti sulla disponibilità e sul costo della banda. Ma delineano anche un’altra realtà: il controllo di infrastrutture sempre più strategiche si concentra nelle mani di pochi attori privati. Oggi Google, Meta, Microsoft e Amazon generano circa il 71% del traffico globale sui cavi sottomarini e possiedono quote crescenti delle reti che li trasportano. Non si tratta necessariamente di una dinamica ostile: queste aziende costruiscono infrastrutture per sostenere i propri servizi. Ma le implicazioni per i Paesi che dipendono da queste reti per connettersi al mondo meritano attenzione.
In questo scenario è arrivato Starlink con una proposta diversa. La costellazione satellitare di SpaceX non compete con i cavi per capacità complessiva, ma promette ciò che la fibra spesso non può offrire: connessione nelle aree remote, dove infrastrutture terrestri non esistono e potrebbero non arrivare per anni. In Nigeria, primo Paese africano a ricevere il servizio nel febbraio 2023, Starlink contava circa 65.000 abbonati a metà 2025; in Kenya circa 19.000. I limiti però restano evidenti. In Sud Sudan il kit costa circa 600 dollari, con un abbonamento mensile da 50: cifre proibitive per gran parte della popolazione. In Nigeria, dopo un aumento tariffario del 2025, il piano supera i 35 dollari al mese. Per ora Starlink raggiunge soprattutto una fascia urbana a reddito medio-alto, che spesso dispone già di alternative.
Esiste poi una questione geopolitica. Quando Elon Musk ha sostenuto che Starlink non può operare in Sudafrica a causa delle norme che impongono il 30% di proprietà locale nelle telecomunicazioni, il dibattito è uscito dal terreno tecnico per diventare politico. Intanto i dati degli utenti africani continuano a transitare verso gateway esteri, principalmente negli Stati Uniti. E il precedente del 2023, quando SpaceX limitò autonomamente la copertura Starlink in un’area operativa ucraina, ha mostrato cosa significhi affidare comunicazioni strategiche a infrastrutture private. Il continente più giovane del mondo — con il 60% della popolazione sotto i 25 anni e un’economia digitale che, secondo la Banca Mondiale, potrebbe superare i 700 miliardi di dollari entro il 2050 — sta costruendo il proprio futuro su infrastrutture che controlla solo in parte, con regole spesso scritte altrove. I blackout del 2024 non sono stati soltanto guasti tecnici: hanno mostrato dove si trovano i veri punti di controllo della trasformazione digitale africana — e chi li tiene in mano.
Questo servizio è uscito sul numero 4/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



