“Alone in Life, Alone in Death”: il peso della solitudine che grava sui giovani keniani

di Tommaso Meo

di Massimo Gabbani

Nel Kenya rurale cresce il numero di suicidi tra i giovani, spesso segnati da povertà, isolamento e stigma sociale. Al Tabaka Mission Hospital operatori e religiosi cercano di offrire supporto psicologico e percorsi di reinserimento in un territorio dove le risorse restano limitate. Una crisi silenziosa che racconta il disagio di una generazione sospesa tra fragilità e mancanza di prospettive

In un campo isolato riposa una tomba, lontana dalle case, lontana dalla comunità. Nessun nome. Nessun fiore. Solo il silenzio. Ci troviamo a Tabaka, all’interno del Tabaka Mission Hospital, nella contea di Kisii County, in Kenya. È qui che questa storia prende forma.

Negli ultimi anni, i casi di suicidio tra i più giovani stanno aumentando in modo costante in questa regione del Kenya. È un fenomeno che resta in gran parte sommerso, difficile da affrontare apertamente, ma sempre più presente nella quotidianità degli operatori sanitari.

In alcune comunità, chi si toglie la vita non viene sepolto accanto alla famiglia, ma in luoghi isolati, lontani dalle case. Una distanza fisica che riflette una distanza più profonda: quella dello stigma. Alla vergogna, in certi contesti, si aggiungono credenze legate a spiriti maligni o maledizioni associate a questo tipo di morte. È una forma di esclusione che, in alcuni casi, continua anche dopo la vita. Soli nella vita, soli nella morte.

Il Tabaka Mission Hospital nella contea di Kisii County. Foto di Massimo Gabbani

Tra le molte storie che attraversano il Tabaka Mission Hospital, ce n’è una che permette di comprendere cosa accade dopo il gesto estremo. Clinton vive in una zona rurale e isolata, a diversi chilometri dalla struttura sanitaria. Circa un mese e mezzo fa ha tentato di togliersi la vita. È stato salvato in tempo e trasferito al Tabaka Mission Hospital. Dopo le cure iniziali, è tornato a casa, ma il ritorno non ha significato un nuovo inizio.

Samuel è rientrato nello stesso contesto di prima: una casa fragile, una quotidianità segnata dall’isolamento, poche opportunità e nessun vero sistema di supporto strutturato. La solitudine che lo aveva portato al gesto estremo è rimasta lì, immutata. Oggi, come molti altri giovani nella sua condizione, vive sospeso tra il tentativo di ricostruire e il rischio di ricadere.

L’ospedale, insieme ai suoi counselor, psicologi e ai padri della struttura, cerca di seguirlo e sostenerlo. Ma i casi sono numerosi e le risorse limitate. Il territorio è vasto, le distanze sono lunghe, e il rientro nelle comunità rurali spesso interrompe la continuità dell’assistenza.

Un emporio di zona. Foto di Massimo Gabbani

Al Tabaka Mission Hospital, punto di riferimento sanitario per un bacino di circa 700.000 persone tra Migori, Homa Bay, Narok, Nyamira, Kisii e il nord della Tanzania, il fenomeno emerge con forza. Secondo i dati della struttura, si registrano in media circa tre casi a settimana, con variazioni costanti. Alcuni giovani vengono salvati. Altri trasferiti in strutture più attrezzate. Altri arrivano già senza vita, e in questi casi spesso non vengono nemmeno registrati come tentativi di suicidio. Ma anche per chi sopravvive, la storia non si chiude.

Molti tornano negli stessi contesti da cui provengono: aree rurali e isolate, segnate da povertà, fragilità sociali e una cronica mancanza di servizi essenziali. Spesso rientrano da soli, senza un sistema strutturato di supporto in grado di accompagnarli nel reinserimento e nella cura. È proprio questa solitudine, unita all’assenza di alternative e di ascolto, che in molti casi precede il gesto estremo. In questo quadro, il rischio di ricaduta resta concreto.

È qui che emerge una delle sfide più complesse. Le cause sono molteplici e intrecciate. La povertà rimane uno dei fattori più evidenti: fame, disoccupazione giovanile, mancanza di opportunità. A questo si sommano violenza di genere, abusi, consumo di alcol e droghe, fragilità familiari, abbandono e, in alcuni casi, la presenza dell’HIV come condizione di vulnerabilità sociale e psicologica che pesa profondamente sulla vita dei più giovani.

Un trailer del film documentario Alone in Life, Alone in Death – A Film About Rebirth di Massimo Gabbani

Anche in un contesto economicamente difficile, la diffusione dei telefoni cellulari è ormai capillare. In Kenya, come in molti Paesi dell’Africa subsahariana, il telefono è spesso il principale accesso a internet, soprattutto tra i giovani. Attraverso connessioni mobili economiche, molti ragazzi utilizzano quotidianamente social media come Facebook, TikTok e Instagram.

Questo apre possibilità di comunicazione e connessione con il mondo esterno, ma produce anche un forte squilibrio percettivo. Da un lato la vita quotidiana, segnata da difficoltà materiali e poche prospettive. Dall’altro, un flusso continuo di immagini di successo, benessere e stili di vita difficilmente raggiungibili nel proprio contesto. Il divario può tradursi in frustrazione, senso di esclusione e perdita di autostima, soprattutto nei più giovani, costretti a confrontarsi costantemente con modelli idealizzati. In questo spazio di frattura si inserisce il disagio.

Da sinistra: Padre Elphas, Padre Frederick e Padre Paul davanti al Tabaka Mission Hospital. Foto di Massimo Gabbani

Il Tabaka Mission Hospital porta avanti però un lavoro che va oltre l’emergenza e non interviene solo nel momento critico, ma previene e accompagna. L’impegno di Father Elphas Kolia, direttore della struttura, di Father Paul Njoroge, amministratore, e di Father Frederick Mukabana, cappellano profondamente coinvolto nel supporto ai giovani, è centrale in questo percorso. L’obiettivo è costruire un approccio più ampio: rafforzare il supporto psicologico, seguire i giovani nel tempo, coinvolgere le famiglie e lavorare con le comunità. Un lavoro complesso, in un territorio vasto e difficile da raggiungere, ma guidato da una direzione chiara: andare oltre l’emergenza.

Accanto all’attività clinica nascono infatti anche iniziative concrete di prevenzione: spazi sportivi, luoghi di aggregazione, attività comunitarie. Strumenti semplici, ma fondamentali per ricostruire legami e senso di appartenenza. Si lavora anche su percorsi di autonomia legati alla terra e al lavoro, per offrire ai giovani alternative reali. È un processo lento, ma necessario, per arginare un fenomeno tanto grave quanto poco raccontato.

Da questa toccante esperienza dell’autore e regista Massimo Gabbani nasce il documentario “Alone in Life, Alone in Death – A Film About Rebirth”, tentativo di misurarsi con una realtà complessa e spesso invisibile. Il film, in corso di produzione, segue le storie di questi ragazzi, attraversa i loro luoghi, ascolta silenzi e restituisce le contraddizioni di un fenomeno che non può essere ridotto a numeri o statistiche. L’obiettivo del lavoro è creare consapevolezza intorno a questo tema, in Italia come in Kenya, dando spazio a voci che raramente vengono ascoltate.

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