di Mario Giro
Nel continente si intensifica una nuova “corsa all’oro”: potenze del Golfo, Cina, Turchia e multinazionali sfruttano minerali preziosi e terre rare, alimentando conflitti, milizie e mercati illegali. Dal Sahel ai Grandi Laghi, dal Sudan al Mozambico, la frammentazione dello Stato si intreccia alla competizione estrattiva, trasformando risorse naturali in strumenti di potere e guerre economiche
In Africa è in corso un processo di disgregazione e ricomposizione che ricorda quello del Medio Oriente degli ultimi decenni. Le potenze arabe del Golfo, dopo anni in cui si erano limitate a finanziare moschee, investono ora in terre rare e minerali preziosi, seguendo un modello estrattivista da tempo sotto accusa. Nel Corno d’Africa, in Somalia e nei due Sudan come in Libia, la loro presenza non è solo economica: agiscono pesantemente anche nel settore militare. La Turchia, come altri attori, fornisce armi e droni a diverse fazioni africane, ma con maggiore cautela. Segnali di frammentazione emergono in regioni come i due Kivu, il Sahel – Mali, Niger, Burkina Faso e parti della Nigeria settentrionale e del Ciad – e nel nord del Mozambico. Le guerre in Yemen e Libia hanno agito da detonatore: l’Africa viene riscoperta come un giacimento a cielo aperto. L’estrattivismo si espande in territori dove prima era marginale: in Sudan, accanto a bestiame, grano e gomma arabica, oggi prosperano settori minerari prima sconosciuti o difficili da sfruttare; nei due Kivu e in Ituri si estraggono oro, coltan e altri minerali preziosi. Dal Mali al Burkina Faso fino all’Etiopia, l’oro africano arriva a Dubai per la raffinazione, trasformando gli Emirati in hub di metalli che non possiedono.
Anche il Ruanda esporta litio e coltan, di cui non ha risorse native. Filoni illegali o para-legali si intrecciano al mercato legittimo, favorendo la decomposizione degli Stati: il controllo dei giacimenti alimenta conflitti, reti criminali e l’emergere di milizie, jihadisti e contractor privati. Dall’uranio degli anni Sessanta al coltan di oggi, la storia dell’appropriazione dei minerali africani è lunga e complessa. All’inizio riguardava oro, diamanti e cassiterite; oggi manganese, platino, cromo, rame, quarzo, alluminio, e dai Novanta cobalto, tantalite, rodio, germanio. Con il nuovo secolo si aggiungono niobio, litio, berillo, zirconio, nickel, palladio, mercurio, molibdeno, tungsteno, manganese e gallio. Gli esperti parlano di un vero e proprio “geotropismo”: una corsa ossessiva ai minerali, inizialmente guidata dagli interessi anglo-americani a sostegno dei new leaders dell’Africa centrale e dei Grandi Laghi – Museveni, Kagame, Meles Zenawi – poi estesa dal rapido sviluppo asiatico e dalla domanda globale.
Dopo l’area dei Grandi Laghi, si mette in produzione la placca del Grande Rift, che scende dall’Etiopia fino al Mozambico. Le tecnologie satellitari permettono di localizzare nuovi potenziali giacimenti ma anche foreste mai catalogate (utili per il fiorente commercio illegale di legname). La comparsa dei cinesi non fa che complicare un quadro già difficile e accresce la competizione tra i soggetti coinvolti, pubblici o privati. Anche l’industria pesante si interessa dell’area: così gli indiani di Mittal diventano i primi produttori di acciaio del continente (acquisendo gli attivi sudafricani): è un affare perché l’acciaio serve a tutti e per tutto. La competizione Cina-Occidente si fa sempre più accesa, tanto da trasformarsi da “guerra economica” in “economia da guerra”. In Sudan la crisi diventa “conflitto di mercato” che spacca in due il Paese: la parte “ribelle” è tenuta in piedi da un fiorente commercio di oro e altri minerali, mentre i lealisti controllano l’economia tradizionale. Anche sul gas mozambicano si scatena una concorrenza che ha provocato l’emersione di un singolare movimento di guerriglia di stampo jihadista. Più che l’uranio nigerino è l’oro a permettere ai regimi militari golpisti saheliani di affermarsi e resistere.
Questa rubrica è uscita sul numero 3/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



