di Oriana dal Bosco
Le oasi storiche mauritane, fondate tra l’XI e il XII secolo, custodiscono un passato glorioso, e sono esposte a una fragilità crescente. Tra biblioteche, città in pietra e sogni moderni, questi avamposti del deserto resistono all’abbandono sfidando vento, sabbia e isolamento. Ma il tempo stringe, e il futuro è tutto da scrivere
Una lotta inesorabile contro acqua, vento e sabbia: è questa, oggi, la condizione delle oasi-villaggio della Mauritania, ben diversa da quella che doveva presentarsi nel lontano XI secolo, quando vennero fondate. Oasi nel deserto, diamanti che brillano sotto il sole che ogni giorno costringe uomini, animali e piante a proteggersi e sfuggire all’arsura del grande Sahara. In un deserto che non ammette errori e punisce chi non ne percorre con rispetto le piste, le oasi sono da sempre sinonimo di rifugio e di vita. Il deserto mauritano è un bioma ostile, ben distante dalla sinuosità delle dune nigerine o dagli erg algerini. Il suo paesaggio è modellato dal vento e dall’acqua che insieme ne hanno scolpito la morfologia. In questo contesto le oasi diventano roccaforti indispensabili, non solo per i viaggiatori di ieri e di oggi, ma anche per mercanti e carovane.
Tre volte Chinguetti
Il territorio della Mauritania è da sempre ricco di minerali – rame, fosfati, argento, oro, persino diamanti –, ma fu proprio la presenza delle oasi a rendere possibili i commerci, fungendo da punti di riferimento, ristoro e protezione, veri e propri porti sicuri per un traffico sahariano coraggioso, fatto non solo di merci preziose ma anche di idee. Piccole comunità sono sorte grazie ai legami familiari e personali, veri pilastri per lo sviluppo di società relativamente chiuse, isolate tra loro da centinaia di chilometri ma unite da un destino comune.
Le città storiche sopravvissute, fondate tra XI e XII secolo e ancora abitate, sono quattro: Ouadane e Chinguetti nella regione dell’Adrar, Tichitt e Oualata nel Tagant. Tra queste due regioni si estendono centinaia di chilometri di sabbia, altopiani e dune che separano Ouadane da Oualata per oltre mille chilometri. Ciascuna città ha caratteristiche uniche: Ouadane è la città di pietra, costruita con lastre ricavate dalle rocce dell’altopiano su cui sorge, tagliate ancora oggi a mano. Chinguetti è da sempre in lotta con il deserto per evitare d’essere inghiottita dalle sabbie: gli abitanti hanno già ricostruito l’abitato tre volte pur di salvarlo, in una battaglia impari con il Sahara. Oualata è nota come la città dei pizzi, per le decorazioni delle sue abitazioni private, mentre Tichitt, anch’essa in pietra, si distingue per i motivi ornamentali e per il suo straordinario sito preistorico, tra i più importanti del Paese, che si estende per 18 chilometri. Questi avamposti lungo le rotte commerciali transahariane fiorirono nel Medioevo, diventando centri di ricchezza materiale e culturale. Le biblioteche salvate dall’invadenza coloniale francese e le numerose moschee testimoniano una sapienza antica e una profonda religiosità: Chinguetti divenne città santa dell’islam, Ouadane la prima sede universitaria della regione.

Città perdute
Chi fondò queste città? Bisogna ricordare che l’odierna Mauritania apparteneva al grande Impero del Ghana, l’impero dell’oro, confinante a nord con i Paesi che si affacciavano sul Mediterraneo. Un crocevia di commerci e opportunità che i Berberi colsero subito. Ma non solo loro: a poche centinaia di chilometri da Ouadane si trovano i resti dell’avamposto costruito dai portoghesi nel 1487 per controllare i traffici. A vederlo oggi, abbandonato e lontano dal mare, sembra incredibile che potesse essere tanto importante. Non si odono più le voci dei mercanti né il tintinnio delle monete: tutto è ovattato dal silenzio del deserto. Eppure, lo straordinario tappeto di cocci testimonia la presenza di giare e vasi usati per trasportare merci o conservare l’acqua, indispensabile dopo le lunghe traversate. La parte meridionale della Mauritania apparteneva, come detto, al potente Impero del Ghana, fiorito dal IV all’XI secolo. La sua straordinaria ricchezza permise la nascita di città importanti, testimoni ancora oggi di quel passato glorioso. Se Timbuctu è nota a tutti, Aoudaghost è quasi sconosciuta, eppure fu capitale prima dell’Impero del Ghana e poi di quello del Mali. Le sue rovine, oggi visitabili, richiedono uno sforzo di immaginazione per riconoscervi una delle grandi città del Sahel. Già nel 1154 il geografo al-Idrisi scriveva: «Questa è una piccola città nel deserto, con poca acqua… La sua popolazione non è numerosa e non c’è grande commercio. I cammelli degli abitanti sono il loro sostentamento». A quell’epoca la città aveva già perso il controllo sul commercio del sale. Infatti, pur non avendo miniere d’oro, l’Impero del Ghana era ricchissimo di metallo prezioso, che scambiava con i Berberi in cambio di sale. All’inizio del XIII secolo fu Oualata, 360 chilometri più a est, a prendere il posto di Aoudaghost come snodo principale delle rotte carovaniere.

Un’altra oasi, oggi abbandonata, sempre nel sud del Paese, è Koumbi Saleh. Anche qui le rovine lasciano solo intuire la grandezza che la città ebbe quando fu capitale degli imperi del Ghana e del Mali, condividendo il destino di Aoudaghost. Oggi è difficile immaginare il Sahara come crocevia di rotte commerciali, eppure così fu. Lo dimostrano non solo i documenti e le città, ma anche le idee che si muovevano insieme a uomini, animali e mercanzie: le decorazioni delle case di Oualata ricordano quelle di Ghadames, in Libia, e del nord del Sudan. Lo stesso tipo di babbucce tipico di Ghadames si ritrova a Oualata: un caso? Se Aoudaghost e Koumbi Saleh sono ormai dominio degli archeologi, le altre quattro città — Ouadane, Chinguetti, Tichitt e Oualata — sono ancora abitate. Ma per quanto ancora? Questo è l’interrogativo che sorge dopo averle visitate. La risposta non è scontata.
Futuro fra le sabbie
I giovani studiano, hanno sogni grandi, come quello di un ragazzo incontrato nella città vecchia di Ouadane: parlava inglese e raccontava di voler lavorare un giorno alla Nasa. Sembrava assurdo, per un quattordicenne isolato dal mondo, a più di mille chilometri dalla capitale, senza acqua potabile in casa. Eppure oggi studia all’università di Nouakchott e ottiene ottimi risultati. Non dubito che, con la sua determinazione, un giorno ci riuscirà. Molti altri giovani si trasferiscono in città in cerca di opportunità migliori. Torneranno nei loro villaggi?

Il richiamo del progresso e lo svuotamento del deserto si scontrano con una mentalità ancora fortemente conservatrice. Nessuno sa quanto tempo occorrerà. Ma un turismo consapevole potrebbe contribuire a invertire il declino, portando benessere ed evitando che queste oasi scompaiano come Koumbi Saleh e Aoudaghost. Un aiuto può venire dalle antiche biblioteche, riconosciute dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità. I manoscritti conservano saperi in geometria, astronomia, aritmetica e religione, e raccontano una cultura trasmessa da padre in figlio. Anche i siti preistorici, ricchi di splendide pitture rupestri, potrebbero rilanciare il turismo culturale in queste aree. Il deserto mauritano è costellato di piccoli villaggi dove la vita scorre lenta, regolata da gesti ancestrali, tra nomadismo e quotidiana fatica. Fermarsi per una semplice foto a un bambino sorridente, a una donna avvolta nei suoi veli o a un uomo nel suo boubou non basta. Solo soffermandosi un po’ di più si comprende la durezza della vita: la fatica di andare al pozzo, l’importanza della scuola, il tempo dedicato al tè, momento sacro di condivisione, e le cinque preghiere quotidiane che scandiscono la giornata. Non è una vita facile, ma la popolazione è ospitale, e trasmette fiducia e serenità. I bambini sorridono e nei loro occhi neri brilla una speranza: quella che lo splendore del passato possa, in qualche modo, tornare a illuminare il futuro.
Questo articolo è uscito sul numero 6/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.



