a cura di Marco Trovato
Un dialogo con la storica firma della Gazzetta dello Sport e autore di Strade nere, prossimo protagonista di un incontro organizzato da Africa alla fiera Fa’ la cosa giusta di Milano
Con i recenti Mondiali di ciclismo disputati in Rwanda, il mondo ha scoperto che anche l’Africa pedala. E pedala forte. Tra strade di terra rossa, salite infinite e folle entusiaste, il continente ha mostrato un ciclismo autentico e popolare, lontano dalle logiche patinate dell’élite europea: qui la bicicletta è fatica e libertà, sport ma anche lavoro, strumento di sopravvivenza e simbolo di riscatto sociale. Di questo universo affascinante e ancora poco conosciuto racconta Strade nere (Ediciclo Editore, 2025, pp. 160, €16), il nuovo libro di Marco Pastonesi, storica firma della Gazzetta dello Sport e voce poetica del ciclismo internazionale. Cento storie di ruote e polvere, di bambini che sognano il Tour de France pedalando su telai arrugginiti, di corridori che sfidano il destino tra villaggi e savane, di squadre nate dal nulla e di campioni dimenticati, di avventure incredibili e di eroi senza medaglie e senza riflettori. Pastonesi raccoglie queste vicende come un cronista con l’anima del cantastorie: un viaggio attraverso un’Africa che corre, suda, cade e si rialza, spinta da una passione contagiosa.
Perché qui la bicicletta non è solo un mezzo di trasporto: è un modo per inseguire il futuro, un sogno su due ruote che unisce sport e vita, miseria e speranza…
Dunque, Marco, tutto è cominciato al Tour du Faso del 2006, con l’arrivo rocambolesco di un certo Désiré Kaboré…Sì, era la nona tappa, 115 chilometri. I primi 88 e mezzo, una fucilata d’asfalto – o meglio, di catrame bollente – e gli ultimi 26 e mezzo su terra rossa, lo sterrato vero, quello che in Africa sembra polvere viva. La curva dell’arrivo era disegnata da due muri di folla: perché il ciclismo, più che uno sport, è un racconto popolare, uno spettacolo che arriva ovunque. Stranamente, quel giorno al chilometro 88 e mezzo il gruppo era ancora compatto. Dico “stranamente” perché nelle corse africane non c’è tattica, non c’è calcolo: si attacca sempre, chi può, quanto può, quando può. Ma quel giorno no, il gruppo era unito. All’arrivo, invece, li vediamo sgranati, come dopo una tappa dolomitica. Vince un marocchino. Poi, nove minuti e cinquantasette secondi dopo, spuntano tre corridori neri. Fanno la volata per il settantesimo posto. Già questo è un piccolo miracolo: una volata vera, generosa, come se valesse la maglia gialla. La vince un burkinabè, uno della nazionale, perché in Africa si corre per squadre nazionali, non per team privati.
Ma quel corridore non aveva né la faccia né il nome del ciclista. I corridori, si sa, hanno visi scavati, patiti; se sembri malato, sei in forma. Lui invece aveva un’aria sana, quasi serena. E poi il nome! I ciclisti dovrebbero chiamarsi Bruseghin, Fortini, Van der Poel… nomi che sanno di vento e di fatica. Lui no. Lui si chiamava Désiré Kaboré, un nome da artista, da pornostar, più che da corridore. Eppure, quel giorno, Désiré Kaboré vince la volata per il settantesimo posto. Si alza sui pedali per respirare, poi si china per frenare… ma i freni non ci sono più. Saltati. La bici era una di quelle riciclate e regalate dall’Italia: buone, sì, ma senza pezzi di ricambio. I fili dei freni si erano spezzati e Désiré, in un attimo, deve decidere come salvarsi la pelle. Urla, cerca di frenare con i piedi, ma restano incastrati nelle vecchie gabbiette. Davanti a lui la folla si apre, i ragazzini scappano, e lui si schianta contro le auto parcheggiate. Una botta al ginocchio, una al gomito e, lasciamelo dire, anche una botta di culo: la macchina contro cui finisce è l’ambulanza. In quel momento ho capito cos’è davvero il ciclismo africano: un’epopea di coraggio, improvvisazione e poesia. Da lì è nata la mia passione.

Nel libro scrivi che in Africa la bicicletta è libertà, lavoro, viaggio e sogno. Che cosa rappresenta davvero per chi vive nel continente?
Prima di tutto è sopravvivenza. La bicicletta serve a portare merci, a raggiungere il mercato, ad andare a scuola o al pozzo. È fatica quotidiana, non svago. Tom Ritchey, l’inventore della mountain bike, lo capì visitando il Rwanda: vide contadini che usavano rudimentali biciclette di legno, senza pedali né freni, per trasportare sacchi di caffè. Così progettò per loro la coffee bike, una bici di acciaio con portapacchi robusto e freni veri. Quelle bici cambiarono la vita di molti e diedero origine ai primi corridori rwandesi: da un mezzo di lavoro nacque uno sport.
Hai seguito molte gare in Africa. Quali ti sono rimaste nel cuore?
Il Tour du Faso e il Tour du Rwanda sono esperienze uniche. Le strade sono dure, spesso impraticabili, ma il calore della gente ripaga tutto. Ogni villaggio è una festa: la bicicletta è accolta come un segno di pace, di comunicazione. Ricordo una pedalata tra Mali e Senegal organizzata con la Uisp: non una gara, ma un viaggio. Ovunque andassimo – nei mercati, nelle scuole, nei villaggi – eravamo accolti con sorrisi, tamburi, abbracci. La bicicletta unisce: è un linguaggio universale.
E sul piano sportivo? Chi sono oggi i protagonisti e le nuove promesse del ciclismo africano?
Oggi il Corno d’Africa è la regione più promettente: i suoi corridori, per fisiologia e mentalità, sono portati alla resistenza. Hanno lo stesso spirito dei grandi maratoneti, ma applicato alle due ruote. Mancano però le strutture: il ciclismo moderno è scienza, tecnologia, logistica. Il divario con l’Europa è ancora enorme. Tuttavia, grazie ai centri della Federazione internazionale, i migliori talenti vengono formati in Europa e inseriti nelle squadre del World Tour. Biniam Girmay, eritreo, è il simbolo di questa nuova generazione: ha vinto tappe al Giro e al Tour, dimostrando che il futuro parla africano.

Il ciclismo africano sembra ancora “puro”, lontano dagli scandali che hanno colpito quello europeo. Riuscirà a restare tale?
Il rischio di corruzione o doping esiste ovunque, soprattutto dove la povertà convive col miraggio del guadagno. Ma raccontare storie può aiutare: la cultura è un antidoto. Perché, alla fine, tante parole sulla morale contano poco; ma le storie possono dare spessore, profondità, un senso a tutto questo pedalare. Nel mio libro ho voluto mostrare il volto umano del ciclismo, quello che resiste all’ossessione del risultato. L’Africa ha un vantaggio: lì lo sport è ancora emozione, non solo performance. È un racconto di libertà.
Hai raccontato cento storie non solo il ciclismo africano, ma anche il ciclismo italiano in Africa…
Sì, il ciclismo italiano nel continente ha una storia lunga, addirittura ottocentesca. Penso a Luigi Masetti, l’anarchico della bicicletta, un esploratore polesano che alla fine dell’Ottocento partì per l’Africa in bici: fece poca strada, ma salì su una piramide. Per lui, l’Africa era quella. Poi ci fu Enrico Toti, che si spinse fino in Sudan ma venne fermato dalle truppe inglesi e dovette tornare indietro. E ancora grandi campioni come Bottecchia, Bartali e naturalmente Fausto Coppi: andarono in Africa per partecipare ai circuiti a pagamento — quindi per guadagnare — ma quelle furono anche esperienze di vita importanti. Nel caso di Coppi, addirittura tragiche, perché proprio lì contrasse la malaria che non venne riconosciuta in tempo. Ho voluto raccontare anche le storie di gregari italiani, modesti in patria ma veri fuoriclasse in Africa. Tutto questo l’ho fatto cercando di mantenere un tono leggero, capace magari di strappare un sorriso. Perché la leggerezza ci aiuta a vivere, e quella del ciclismo — della bicicletta — è fondamentale.
Nel libro torni indietro anche nel tempo: il Tour de France del 1950, per esempio, con i pionieri nordafricani.
Sì, tra loro c’era Abdel Kader Zaaf, protagonista di una storia leggendaria. Durante una tappa rovente nel sud della Francia, dopo ore di fuga, a trenta chilometri dal traguardo sbandò e cadde. Si rialzò, ma anziché proseguire verso l’arrivo ripartì nella direzione opposta! Pare avesse bevuto da una borraccia offertagli dal pubblico contenente… cognac invece di acqua. Fu ricoverato, ma divenne celebre: il primo grande “eroe tragico” del ciclismo africano. Anni dopo divenne persino volto pubblicitario di una marca di liquori. Ironia della sorte.
E poi c’è il Tour du Congo, una corsa nata nel cuore di un Paese segnato da guerre e povertà. Un miracolo o una follia poetica?
Entrambe le cose. Lo sport, in Africa, è spesso una forma di resistenza civile, un modo per sognare in mezzo alle macerie. Il ciclismo più di ogni altro: è all’aria aperta, appartiene a tutti. La strada è democrazia pura. Anche l’ultimo corridore, quando pedala, si sente un dio.

Nel 2012, al Tour du Rwanda, gareggiarono per la prima volta le donne. Un segno importante.
Enorme. Ricordo Jeanne d’Arc, una ragazza rwandese che corse come una pioniera, aprendo la strada a tutte le altre. In un continente dove le donne sono spesso invisibili o escluse, vederle pedalare fu un atto rivoluzionario. Era una Madonna nera in bicicletta, ambasciatrice di diritti e libertà.
Marco, hai raccontato campioni africani di ieri e di oggi. C’è una figura che ti ha colpito o emozionato più delle altre?
Forse il primo e l’ultimo del mio libro. Il primo è Ali Neffati: nel 1913 partecipò al Tour de France pur non sapendo andare bene in bicicletta. Gli regalarono una bici pochi giorni prima della partenza. Fu la comunità tunisina di Parigi a organizzare una festa al Palazzo del Ghiaccio per raccogliere fondi e regalargliene una. Con quella bici improvvisata partì per la corsa più dura del mondo. Dopo una delle prime tappe, il patron del Tour si avvicinò per chiedergli se stesse bene. «Sì, sì, solo un po’ stanco», rispose lui. «Ma perché corri con il fez in testa?». E Ali, con semplicità: «Perché ho freddo». Era luglio, e mentre tutti soffrivano il caldo, lui tremava per l’emozione e forse per la nostalgia. Neffati divenne poi un vero corridore, su strada e su pista, e gareggiò anche in Italia. Ho trovato piccole citazioni su vecchi numeri della Gazzetta dello Sport che parlano di lui. Terminata la carriera ciclistica, continuò a lavorare nel mondo del ciclismo: divenne autista del giornale che organizzava il Tour de France. Una vita interamente spesa inseguendo le due ruote.
E poi c’è l’ultimo personaggio del libro, Nelson Mandela. Non era un ciclista, certo – amava di più il pugilato, che praticava anche negli anni della prigionia – ma nel mio racconto compare perché al suo nome è dedicata una pedalata simbolica, non competitiva, aperta a tutti. È una corsa che non premia la forza, ma lo spirito di pace e riconciliazione che Mandela ha incarnato. La sua immagine è legata al rugby, lo ricordiamo nel film Invictus stringere la mano ai giocatori sudafricani prima della finale contro gli All Blacks nel 1995. Ma anche nel ciclismo, oggi, c’è chi pedala nel suo nome: un gesto semplice, ma profondamente politico e umano.
Un’immagine per raccontare l’anima del ciclismo africano?
Penso a Enzo Coppini, gregario ai tempi di Coppi e Bartali. Partì per correre in Africa dopo aver risposto a un trafiletto su un giornale. Quando sbarcò, la folla urlava «Coppi! Coppi!», e lui si sentì un campione. Solo dopo capì che sui manifesti avevano scritto «Coppi-ni», sfruttando il cognome per attirare pubblico. Eppure si fece onore, corse con orgoglio, e restò laggiù a lungo. Quella scena – un uomo qualunque che diventa eroe per caso – è l’essenza del ciclismo africano.
E la lezione più grande che hai imparato da tutto questo?
Un proverbio africano dice: “Voi europei avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. È la filosofia del pedalare in Africa: non contano i cronometri, ma la resistenza, l’attesa, la dignità della fatica. È un modo diverso di intendere lo sport, e più in generale la vita.
Questo articolo è uscito sul numero 2/2026 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.
Domenica 15 marzo, alle ore 15 a Fa’ la cosa giusta (Fiera Milano Rho), Marco Pastonesi dialogherà con Marco Trovato durante un incontro dedicato alle pedalate, alle imprese e alla polvere rossa del continente. L’appuntamento è organizzato in collaborazione con la casa editrice Ediciclo.



