Un mare di speranze

di Tommaso Meo

Il mare agitato sospingeva il piccolo corpo piumato verso la riva, trascinandolo senza pietà tra le onde. Quando i volontari di Sanccob lo trovarono, rannicchiato tra le alghe e coperto di petrolio, il giovane pinguino africano respirava a fatica. Era uno dei tanti che ogni anno arrivano sulle coste del Sudafrica in condizioni critiche, vittime dell’inquinamento, della scarsità di cibo o delle tempeste sempre più violente. Emma Jacobs, volontaria presso il centro di riabilitazione di Città del Capo, ricorda bene quel giorno: «Era completamente ricoperto di petrolio. Lo abbiamo portato subito in infermeria e iniziato il lungo processo di pulizia. Il primo lavaggio è sempre il più delicato: usiamo un detergente speciale per sciogliere il petrolio senza danneggiare le piume, ma il pinguino è stressato, spaventato, e dobbiamo lavorare con estrema cautela. Dopo più di un’ora, riusciva finalmente a muoversi meglio, ma sapevamo che ci sarebbero volute settimane prima che fosse pronto per tornare in mare».

Il giovane pinguino, come tanti altri della sua specie, ha vissuto un dramma che si ripete ormai da decenni sulle coste sudafricane (Africa 3/2024). Un tempo, milioni di esemplari popolavano le isole e le scogliere tra il Sudafrica e la Namibia. Oggi, la loro popolazione è crollata di oltre il 90%, e le previsioni degli scienziati sono allarmanti: se non verranno adottate misure drastiche, il pinguino africano potrebbe scomparire completamente entro il 2035. Per questo, l’Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) lo ha inserito nella sua lista rossa delle specie a rischio di estinzione. Il suo declino è il risultato di una serie di fattori che si intrecciano tra loro: la pesca intensiva ha ridotto la disponibilità di sardine e acciughe, principale alimento di questi uccelli, mentre i cambiamenti climatici hanno alterato le correnti oceaniche, rendendo più difficile per loro trovare cibo. A ciò si aggiungono i frequenti sversamenti di petrolio, che compromettono l’impermeabilità delle piume e impediscono ai pinguini di nuotare e mantenere la temperatura corporea. La crescente frequenza di eventi meteorologici estremi costituisce un ulteriore fattore negativo, con tempeste e inondazioni sempre più violente e intense che danneggiano le coste, distruggendo il loro habitat e, spesso, causandone la morte diretta.

Gli attivisti di Two Oceans Aquarium Foundationhanno lanciato – assieme ad altre fondazioni e associazioni ambientaliste – la campagna Not on Our Watch con l’obiettivo di fare pressione sulle autorità per imporre limiti alla pesca e attuare un piano concreto di conservazione della specie.

Nutriti a mano

Sanccob – Southern African Foundation for the Conservation of Coastal Birds – è in prima linea per cercare di invertire questa tendenza. Il centro di Città del Capo è un punto di riferimento per la riabilitazione degli uccelli marini, con volontari provenienti da tutto il mondo che a loro dedicano il loro tempo e le loro energie. Le giornate iniziano all’alba, con la preparazione del cibo per gli ospiti ricoverati: pesci freschi tagliati a pezzi, integratori per rafforzare gli esemplari più deboli, cure mediche per chi presenta ferite o sintomi di malnutrizione. Ogni pinguino riceve attenzioni costanti, con bagni per ripristinare la salute del piumaggio e sessioni di riabilitazione per riabituarsi a nuotare. Tra i volontari che lavorano nel centro c’è David Mokoena, che da anni si occupa di nutrire e riabilitare gli esemplari ricoverati: «Non è solo una questione di salvarli. Qui insegniamo loro a sopravvivere. Molti arrivano debilitati, incapaci di cacciare da soli. Li nutriamo a mano, ne monitoriamo il peso, li aiutiamo a recuperare le energie. Quando finalmente possiamo liberarli, è una vittoria, ma sappiamo che là fuori li aspettano ancora molte difficoltà».

Un pinguino in convalescenza dopo un infortunio all’ala ingoia una sardina al Seabird and Penguin Rescue Center (SAPREC).

Alcuni dei pinguini rimangono al centro per mesi, prima di essere considerati idonei alla reintroduzione in natura. I pinguini africani sono molto più piccoli di quanto si possa immaginare: raggiungono un’altezza massima di 60-70 centimetri e raramente superano i quattro chili di peso. Ogni individuo è caratterizzato da macchie nere uniche, che variano per dimensioni e forma, rendendo ciascun esemplare distinguibile dagli altri. Come tutti i pinguini, sono incapaci di volare, ma le loro ali si sono evolute in strutture rigide e appiattite simili a pagaie, perfette per la vita marina. Trascorrono gran parte del tempo in acqua, cacciando e nutrendosi, e tornano sulla terraferma solo per accoppiarsi, nidificare e affrontare la muta del piumaggio. «Sono animali estremamente sociali e monogami, con un ciclo riproduttivo annuale che inizia tra i 4 e i 6 anni di età», spiegano i ricercatori, che da oltre quindici anni studiano la colonia di Boulder Beaches. «All’interno delle colonie, il riconoscimento tra partner e pulcini avviene attraverso un sofisticato sistema di comunicazione visiva e vocale». Un comportamento affascinante che testimonia la complessità e l’adattabilità di questa specie, oggi purtroppo minacciata dai cambiamenti ambientali e dalle attività umane.

La clinica dei pinguini

A Mossel Bay, sulla Garden Route, un altro centro di recupero si dedica a una missione simile: il Sea Bird and Penguin Rehabilitation Centre, meglio noto come Saprec. Fondato nel 2005 da Carol Walton, il centro offre una seconda opportunità a pinguini feriti, pulcini orfani e cormorani in difficoltà. «Vedere un pinguino guarire e tornare in mare è una delle esperienze più gratificanti», racconta Carol. «Ma ogni volta, quando lo vediamo allontanarsi, mi chiedo se ce la farà. Le sfide che questi animali affrontano sono enormi. Abbiamo colonie intere che stanno scomparendo, i nidi vengono distrutti dalle tempeste e i giovani pinguini non riescono a trovare cibo sufficiente per sopravvivere. Il nostro compito non finisce qui. Dobbiamo lavorare anche per garantire un futuro a questi animali, educando le comunità locali e promuovendo una cultura di rispetto e cura per l’ambiente».

Saprec non si limita quindi a curare gli animali, si impegna anche in attività di sensibilizzazione e di educazione, coinvolgendo le scuole e le comunità locali. I volontari del centro parlano dell’importanza della conservazione, cercando di trasmettere alle nuove generazioni e ai pescatori la necessità di tutelare l’ambiente marino e le specie che lo abitano. Jennifer Smith, una giovane volontaria di Saprec, racconta con emozione il suo primo salvataggio: «Era un piccolo cormorano, intrappolato in una rete da pesca. Aveva una zampa ferita e non riusciva a volare. L’abbiamo curato per settimane, somministrandogli antibiotici e aiutandolo a riacquistare forza. Quando finalmente l’abbiamo liberato, ha esitato un attimo, poi ha spiccato il volo. È stato incredibile. È stato uno dei momenti più belli della mia vita. Ti rendi conto che anche un singolo salvataggio può fare la differenza».

«Situazione critica»

Sanccob, l’organizzazione sudafricana dedicata alla conservazione degli uccelli marini, non si occupa esclusivamente dei pinguini africani, ma si impegna anche nel salvataggio e nella protezione di altre specie fortemente minacciate, tra cui i cormorani del Capo. Questi ultimi, infatti, hanno visto la loro popolazione drasticamente ridursi a causa di fattori come l’inquinamento marino e la perdita delle aree di nidificazione. Gli sforzi per salvarli sono tanto urgenti quanto quelli per i pinguini, con ogni esemplare che richiede attenzione immediata e trattamenti delicati. «I cormorani arrivano spesso con le ali ricoperte di petrolio o con ami da pesca conficcati nel becco», racconta Sarah Willemse, biologa di Sanccob. «Se non interveniamo tempestivamente, rischiano infezioni fatali che, non trattate, potrebbero compromettere la loro vita. Anche una volta guariti, alcuni non sono più in grado di tornare alla loro vita in libertà, costringendoci a trovare soluzioni alternative per il loro benessere».

Il veterinario David Roberts esamina un cormorano del Capo (Phalacrocorax capensis) con un’ala ferita presso l’ospedale per uccelli marini SANCCOB (Fondazione sudafricana per la conservazione degli uccelli costieri).

Ogni salvataggio è quindi una corsa contro il tempo, e ogni animale rimesso in libertà una piccola vittoria, ma è una lotta che non finisce mai. L’inquinamento e la distruzione dell’habitat sono un’emergenza che non può essere ignorata. Nonostante i successi conseguiti ogni giorno da entrambe le organizzazioni, la situazione è sempre più critica. Gli ultimi dati indicano che la popolazione di pinguini africani è in costante declino. Le colonie che un tempo affollavano le spiagge si stanno gradualmente estinguendo, e i luoghi dove i turisti possono ancora osservare questi animali nel loro habitat naturale, come Boulders Beach vicino a Città del Capo, sono sempre più deserti. Qui, un tempo, migliaia di pinguini calpestavano la sabbia, oggi il loro numero è tragicamente diminuito. Le difficoltà a lungo termine, come l’innalzamento della temperatura dell’acqua e la scarsità di cibo, mettono la specie a dura prova. «La situazione è davvero preoccupante», afferma Thandi Mthembu, biologa marina che collabora con Sanccob e Saprec. «Se non agiamo ora, rischiamo di perdere completamente queste colonie. Dobbiamo trovare più fondi, più volontari, e soprattutto aumentare la consapevolezza riguardo alla situazione».

L’urgenza di proteggere questi animali e il loro habitat è palpabile. La strada da percorrere per garantire la loro sopravvivenza è lunga e impegnativa, ma il lavoro dei volontari e attivisti sudafricani è una speranza concreta in un mare di difficoltà. «Ogni pinguino che salviamo è importante, però non possiamo limitare i nostri sforzi solo all’intervento quando l’animale è in difficoltà. Occorre proteggere anche l’habitat, altrimenti tutti i nostri sacrifici rischiano di essere vani».

Questo articolo è uscito sul numero 6/2025 della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui.

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