Niger, cresce l’insicurezza: corsa alle evacuazioni dopo l’attacco all’aeroporto

di Tommaso Meo
Niamey, Niger

Dopo l’attacco all’aeroporto Diorani Hamani nella notte del 28 gennaio per mano dei ribelli jihadisti dello Stato Islamico del Sahel, la comunità internazionale presente in Niger si sta preparando a lasciare il Paese, nonostante un’apparente normalità.

Tuttavia, come scrive sul Manifesto Guglielmo Rapino, cooperante e giornalista al momento a Niamey, il centro della capitale non è cambiato dopo l’attacco: “Il viavai disordinato dei mercati ai lati del boulevard della Rivoluzione continua a dettare il tempo di una città che sembra ormai abituata a svegliarsi all’alba con la notizia di incursioni armate”.

L’ultimo attacco ha però segnato un nuovo livello di instabilità: i ribelli sono riusciti a prendere d’assalto il comparto militare dell’aeroporto e a resistere per più di due ore contro le forze nigerine e russe presenti nella base, utilizzando razzi e droni kamikaze. L’obiettivo dell’operazione, secondo le ricostruzioni, era bloccare il trasferimento di circa mille tonnellate di uranio stoccate nei magazzini dell’aeroporto e pronte per essere spedite a Mosca.

Stando alle autorità, durante l’attacco sono stati uccisi una ventina di ribelli. Nei giorni successivi, il rafforzamento del controllo militare attorno all’aeroporto ha portato all’arresto di un’ulteriore decina di persone, sospettate di aver preso parte all’assalto e attualmente detenute presso le strutture militari della capitale.

Dietro l’apparente normalità delle strade, molte ambasciate hanno ordinato ai connazionali che non rivestono ruoli diplomatici essenziali di lasciare il Paese al più presto, riporta Rapino. Tra queste quella tedesca e statunitense, mentre altre delegazioni diplomatiche, come quella italiana, stanno predisponendo aerei militari per l’evacuazione. Organizzazioni internazionali e aziende straniere si stanno preparando a fare lo stesso, assicurano fonti locali anche ad Africa.

Negli ambienti expat aleggia l’ombra di un colpo di coda che potrebbe colpire la città, uno strascico dell’attacco di mercoledì orientato su target internazionali”, scrive ancora Rapino. Dopo il rapimento del cooperante statunitense dello scorso ottobre nel quartiere Plateau, a pochi passi dalla casa presidenziale, cresce il timore che possano essere presi di mira i rappresentanti dei Paesi che mantengono ancora relazioni strette con il governo della giunta militare guidata da Abdourahamane Tchiani.

L’Italia è considerata particolarmente esposta, con una presenza militare ancora significativa nel Paese – formalmente per ragioni di formazione del personale militare locale – e dopo la visita diplomatica del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nello scorso autunno. Secondo voci interne alla Farnesina, sarebbe in considerazione anche la possibilità di ritirare l’intera rappresentanza diplomatica dal Paese.

Nei giorni successivi al tentatl blitz, nei quartieri vicini all’aeroporto, i residenti hanno segnalato un forte aumento della presenza militare e operazioni intensive per la ricerca di eventuali ribelli in fuga. Sui social rimbalzano numeri di servizio per denunciare movimenti sospetti, mentre il governo diffonde messaggi rassicuranti sulla sicurezza nella capitale.

Un contrasto netto tra la calma apparente delle strade e l’allerta crescente della comunità internazionale, mentre il Sahel torna al centro di tensioni geopolitiche che coinvolgono l’intera regione.

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