La Journalist accreditation board (Jab) della Tanzania, l’autorità che rilascia le licenze ai giornalisti tanzaniani e si occupa degli accrediti dei giornalisti esteri che si recano nel Paese africano, ha annunciato l’intenzione di reprimere duramente quegli operatori dei media, giornalisti e organi di informazione che operano nel Paese senza accreditamento.
Secondo una dichiarazione diffusa ieri dalla Jab, l’autorità ha individuato “un numero crescente di individui e testate” che pubblicano regolarmente notizie senza autorizzazione, ha annunciato “pattugliamenti” a livello nazionale presso le varie emittenti regolari per “identificare coloro i quali lavorano senza accreditamento”.
La Jab ha aggiunto di essere venuta a conoscenza “di alcune persone che non soddisfano i requisiti”, non meglio specificati, “ma che hanno intrapreso l’attività di giornalisti dopo la fine delle elezioni generali” di ottobre. Ed è qui che, probabilmente, sta la reale ragione del provvedimento: il turbolento periodo post-elettorale in cui è piombata la Tanzania, dove continuano quotidianamente le attività di repressione dell’opposizione, con arresti ogni giorno, e dove la conta dei morti nelle violenze post-elettorali non è mai stata ufficializzata, con cifre ufficiose che vanno dai 3.000 ad addirittura 10.000 morti da ottobre ad oggi. Il governo, nelle sue attività di repressione, ha bloccato internet diverse volte e ristretto l’accesso ai social media, chiedendo anche alle piattaforme di rimuovere gli account di individui rivenuti troppo critici nei confronti del governo.
Secondo la Jab, le restrizioni non mirano a limitare la libertà dei media ma ad eliminare “i ciarlatani” che con la loro “sediziosa attività” minano la credibilità del governo all’estero ed ha ordinato a chiunque non abbia un tesserino stampa a cessare l’attività giornalistica. La direttiva si applica ai giornalisti, freelance, fotografi, speaker radiofonici e volti televisivi “coinvolti nella raccolta e nel racconto delle notizie” ma non è chiaro invece se i numerosi content creator e youtuber che vivono all’estero e producono contenuti siano coinvolti nel provvedimento.



