Libia – Nessuno vuole il Governo di al Sarraj

di Enrico Casale
Fayez Sarraj

È un diluvio di fuoco, per ora solo verbale, quello che si è abbattuto oggi sul Governo di unità nazionale libico del premier designato Fayez al Sarraj. Da Tobruk e Tripoli sono partite bordate contro l’esecutivo, che il consiglio presidenziale libico – guidato dallo stesso Sarraj – ha sancito domenica essere entrato in funzione dopo gli incontri a Tunisi sotto l’egida Onu pur in mancanza di un voto di fiducia. Il governo Sarraj «rispetti la legge» e «aspetti la fiducia del Parlamento e il giuramento prima di iniziare a lavorare», ha tuonato Aguila Saleh, il Presidente del Parlamento di Tobruk, l’unico a essere legittimato dalla comunità internazionale. Saleh è da tempo in prima linea contro la mediazione Onu, ed è stato protagonista di dure critiche nei confronti di Bernardino Leon prima e Martin Kobler oggi, i due inviati speciali dell’Onu che hanno portato avanti le trattative – durate oltre un anno – tra le varie fazioni libiche per arrivare ad un’intesa, sottoscritta infine in Marocco con gli accordi di Skhirat dello scorso dicembre. Poi la «rottura», sancita domenica, quando il consiglio presidenziale ha di fatto trasformato l’appoggio al Governo siglato da oltre 100 parlamentari in una sorta di «fiducia». La comunità internazionale, ha incalzato Saleh, «ha intenzionalmente fatto sprofondare la Libia nel caos e abbandonato il popolo libico». Ancora più duro il comunicato del governo di Tobruk, che ha fatto appello ai libici a «radunarsi attorno all’esercito libico, a sostenerlo e a non puntare sulla comunità internazionale che esita ancora a sostenere le istituzioni legittime in Libia, avanzando pretesti infondati». In questo contesto, accusano i responsabili di Tobruk «i gruppi jihadisti e l’Isis si estendono e sono diventati un pericolo non solo per la Libia ma per l’intera regione e per la pace e la sicurezza internazionale». Il riferimento è in particolare all’attacco di ieri contro l’impianto di al-Shoula, nell’est del Paese, sito che sorge nell’area in cui viene estratto oltre il 50% del petrolio attualmente prodotto dalla Libia. Nelle stesse ore in cui Tobruk tuonava contro Sarraj, anche Tripoli è scesa in campo per lanciare i suoi strali: il governo al potere de facto nella capitale «non cederà i propri poteri» a Sarraj. Il governo di unità, recita un comunicato, «è imposto dall’esterno e i libici non lo accetteranno mai»: «Non contrattiamo con il sangue dei nostri martiri e non svenderemo la libertà che abbiamo ottenuto» dopo la rivoluzione contro Gheddafi. La comunità internazionale, Ue e Usa in testa, ha dato luce verde a Sarraj: il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha ribadito oggi al responsabile libico, in una conversazione telefonica, «il pieno e totale sostegno italiano» al governo di unità, auspicando «un rapido insediamento» dell’esecutivo a Tripoli e concordando «l’avvio di contatti tra membri del Governo di Accordo Nazionale con le rispettive controparti italiane in diversi settori e in particolare in materia umanitaria e sanitaria». Ma resta da capire come e quando l’esecutivo riuscirà a insediarsi nella capitale e iniziare a lavorare. Londra ha precisato oggi sia che non intende estendere alla Libia i raid aerei anti-Isis, sia che non ha in programma alcun piano per inviare i soldati di Sua Maestà in Libia per «garantire la sicurezza» del nuovo governo. Un impegno, quello per la sicurezza, che vede invece l’Italia in prima linea, quando arriverà una richiesta formale dell’esecutivo Sarraj.
(17/03/2016 Fonte: RaiNews)

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