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musica

    AFRICA TV - VIDEOSOCIETÀ

    I tamburi africani di Bahia

    di AFRICA 11 Luglio 2020
    Scritto da AFRICA

    Il covid-19 e l’emergenza sanitaria hanno momentaneamente ridotto al silenzio anche i tamburi degli Olodum. Difficile immaginare Salvador di Bahia senza la colonna sonora dal vivo di suoni e ritmi samba-reggae dell’incredibile gruppo di percussionisti afro-brasiliano fondato nell’aprile del 1979.

    Una storia antica

    Il Brasile è conosciuto in tutto il mondo per il suo carnevale. Nel nord-est, a Salvador, fra le tante difficoltà e i problemi quotidiani (come canta Gilberto Gil «de um lado es carnaval, do outro a fome total», «da una parte è carnevale, dall’altro la fame totale»), si può dire che sia quasi sempre carnevale. Quasi ogni giorno, infatti, intorno al tramonto per evitare le ore più calde, gli Olodum scendono in strada, dando vita a delle irresistibili esibizioni estemporanee per le vie del Pelourinho, centro storico della città. Non potevano che nascere qui e qui avere la loro casa gli Olodum, proprio al Pelourinho, quello che i bahiani, i cosiddetti “soteropolitani”, chiamano familiarmente Pelô. In portoghese pelorinho significa gogna. Così venne denominata la piccola piazza triangolare, da cui si sarebbe poi sviluppato tutto il quartiere, e nella quale venivano pubblicamente flagellati gli schiavi. Come è noto, la storia di Salvador è, fin dalle origini, intimamente e drammaticamente connessa a quella della colonizzazione e dello schiavismo. La città venne fondata nel 1549 dai portoghesi, 48 anni dopo lo sbarco del toscano Amerigo Vespucci sulle spiagge dell’attuale quartiere di Barra. Fu dichiarata prima capitale del Brasile, ma divenne insieme primo porto coloniale del Paese e secondo al mondo per la tratta degli schiavi. Nel giro di pochi anni, proprio a Bahia, sbarcarono un milione e mezzo di africani in catene, destinati a lavorare nelle piantagioni. Sono passati quasi 500 anni da allora, già da tempo Salvador è considerata in tutto il mondo un modello di integrazione e di coesistenza di culture fra loro differenti, ma non sono per niente scomparsi i problemi legati al colore della pelle, insieme a quelli di un classismo che è, anzi, sempre più dilagante.

    Orgoglio afro

    Megafono della lotta contro il razzismo, dell’affermazione dell’orgoglio afro-brasiliano e dei diritti civili degli emarginati – temi quanto mai attuali in un momento di emergenza sanitaria anche a causa delle recenti scelte non proprio lungimiranti del presidente Bolsonaro – sono proprio gli Olodum. Tutto il mondo li ha potuti ammirare nel video di Michael Jackson They don’t care about us, girato nel 1996 da Spike Lee al Pelourinho in mezzo a una folla in delirio e stipata ovunque, che ha accolto la popstar con un entusiasmo di cui solo un brasiliano può essere capace. Ma gli Olodum devono essere conosciuti soprattutto per essere da 40 anni il «rullo dei tamburi per i diritti dei neri in Brasile». I loro concerti ufficiali sono travolgenti – come quelli di altre importanti band di percussionisti bahiani, su tutti i Timbalada, vera e propria anima del gueto della città – ma niente può superare la suggestione delle loro performance on the road, fra i palazzi colorati del Pelourinho, dalla sede della “Fondazione Jorge Amado” alla Chiesa di San Francesco. È lì che la band sembra dare il suo meglio, con una potenza di fuoco di ritmi e danze che non ha pari al mondo anche grazie ai movimenti coreografici dei percussionisti che esaltano l’intensità del suono dei tamburi. «Da sempre il nostro obiettivo – spiegano – è coltivare il senso di continuità e i valori socio-culturali africani. Nello stesso tempo vogliamo trasmettere la conoscenza e determinare un sentimento di identità, promuovendo il rispetto della diversità culturale e della singolarità di ogni persona». Questo obiettivo gli Olodum- il loro nome deriva dalla parola nigeriana olodumarè, “Dio di tutti gli Dei” – continuano a inseguirlo anche in un momento difficile e duro come questo. Lo fanno con iniziative culturali online e sulla loro pagina Facebook, invitando la gente – proprio loro, grandi aggregatori – a rimanere in casa e, quando si esce, a mettere la mascherina e mantenere il distanziamento sociale. Ma lo fanno anche sostenendo con forza importanti cause come “Black Lives Matter”, che sulle loro pagine in questi giorni è diventato “Vidas Negras Importam”. Cambiano le parole, non il senso. In attesa che ritornino anche i tamburi.

    (Stefano Milioni)

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    11 Luglio 2020 0 commentI
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