L’Africa poetica e struggente di Pino Daniele

di Diego Fiore
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«Ho trascorso due anni a fare questo lavoro. Sono andato in giro a scoprire cose nuove, a trovare musicisti. Io che sono stato un po’ jazzista e un po’ rockettaro sono andato verso il mondo arabo e mediterraneo. L’Africa è stata un’importante fonte d’ispirazione». Fedele a una costante voglia di cambiare, sperimentare, mettere insieme cose fra loro apparentemente distanti, come ad esempio antichi strumenti tradizionali e musica elettronica, Pino Daniele, scomparso nel 2015 non ancora 60enne, presentava così nei primi mesi del 2001 Medina, il suo nuovo album: un lavoro in cui, fin dal titolo, si fa più che mai evidente il suo stretto e proficuo rapporto con la musica e la cultura africana.

«Questo disco – raccontava Pino Daniele in un’affollatissima conferenza stampa al teatro Ambra Jovinelli di Roma – rappresenta uno dei primi passi della mia voglia di trovare una canzone diversa. È una mia esigenza artistica: avrei potuto diventare un intrattenitore e dedicarmi al cabaret – scherzava – invece continuo a ricercare. Medina è il mio ritorno nella città vecchia. La mia canzone nasce a Napoli, ma è diventata internazionale. E questa parola, Medina, è molto adatta alla mia musica di oggi. A Marrakesh ho scoperto tante cose, ad esempio anche che trattare sul prezzo fa parte di una cultura e che questa trattativa avviene sempre dentro le mura vecchie».

Il disco fu realizzato con la collaborazione di tanti bravissimi musicisti nordafricani. «L’idea di base – racconta il musicista Fabio Massimo Colasanti, dal 1996 al 2015 strettissimo collaboratore del cantante napoletano – era quella di fare un disco con quelle sonorità. Pino ha avuto sempre una grande passione per la musica africana. Dalla Tower Records di Londra gli portai una trentina di dischi di musicisti africani e ascoltandoli individuammo il team di lavoro. Lui poi è partito per il nord Africa e lì, con i musicisti, ha fatto la pre-produzione dell’album, che successivamente abbiamo finito in Italia». Il disco entra subito nel vivo con le ipnotiche e festose atmosfere arabeggianti di Via Medina, brano che Pino Daniele ha registrato a Tunisi nello studio di Lofti Bushnaq, cantante tunisino, raffinatissimo interprete della tradizione orientale e co-autore della canzone. Il forte legame fra cultura araba e occidentale è sancito fin dal titolo che richiama il nome del quartiere antico di diverse città del nord Africa (e in passato di Andalusia e Sicilia), ma anche quello di una delle vie più conosciute del centro di Napoli. Il legame si rafforza, in un periodo storico di grande incertezza e instabilità che avrebbe portato pochi mesi dopo all’attacco alle Torri Gemelle di New York, con le parole della canzone. Il testo in italiano si mischia a quello in arabo di Bushnaq ed è un esplicito invito a trovare quello che può unire, in un mondo sempre più diviso. «Babylon – scandisce Pino Daniele su una tipica melodia araba – Siria, Iraq, Marrakesh, Hammamet / walking in the Suk / sì, Medina / notte e giorno, sole, luna, sorriso e pianto / lo stesso cielo di casa mia”. Fra le tante belle e incisive canzoni del disco c’è poi Galby, presa di posizione chiaramente anti-razzista, in un momento in cui diverse forze politiche, in Italia ma non solo, spingevano con decisione in direzione contraria. Il brano è scritto da Daniele insieme all’artista marocchino Nabil Khalidi, cantante e virtuoso di oud. «Noi abbiamo troppo da perdere – dice esplicitamente la canzone – c’è odio nelle tue parole, il razzismo non è espressione di libertà». E ancora (il testo in francese è di Khalidi): «Nous pouvous etre fiers d’une terre sans le frontieres, nous ferons des language, des prieres». («Noi potremo essere orgogliosi di una terra senza frontiere, lo faremo con parole e preghiere»).

Ma la perla – e vera e propria dichiarazione d’amore per l’Africa – è Africa a, Africa e, penultima canzone del disco, nata come sorta di rilettura e di contraltare di Europa di Carlos Santana, in cui Pino Daniele duetta con il grande cantante maliano Selif Keita. Sono 5 minuti intensi e vibranti, struggenti e poetici in cui vengono ripetute come in un incanto solo le parole Africa e Ayi na n’kawa (“ancora insieme”).  È qui che l’Africa sembra passare davanti agli occhi in tutta la sua potente bellezza, nelle sue contraddizioni, nella suggestione delle sue fragilità.

(Stefano Milioni)

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