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costa d’avorio

    Mont Nimba
    NATURA

    Perle da salvare | Riserva naturale Monte Nimba

    di Enrico Casale 17 Aprile 2020
    Scritto da Enrico Casale

    Prosegue l’analisi dei siti africani dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’umanità che attualmente sono inseriti in una apposita lista che li dichiara in pericolo di sopravvivenza. Si tratta di riserve naturali e di luoghi culturali, che possono comprendere aree archeologiche o edifici storici e religiosi, minacciati dai comportamenti umani o dai cambiamenti climatici.

    Non si tratta di una riserva naturale famosa come lo Tsavo o il Ngorongoro che tutti conoscono soprattutto perché habitat naturale dei big five (i cinque grandi mammiferi africani: elefante, leone, leopardo, rinoceronte e bufalo), però in quanto a diversità e rarità di specie animali e botaniche non è seconda a nessuno. Stiamo parlando della Riserva naturale integrale del Monte Nimba, situata tra Guinea, Costa d’Avorio e Liberia, quindi nell’Africa occidentale subsahariana alle spalle del Golfo di Guinea, dichiarata protetta già nel 1944, poi diventata 40 anni fa Patrimonio dell’umanità e riserva della biosfera e oggi minacciata, in primo luogo, dai progetti di estensione della ricerca mineraria, che potrebbero comprometterla per sempre.

    Una riserva della biosfera consiste in un ecosistema caratterizzato da una sua biodiversità assolutamente da salvaguardare, anche se vanno sempre tenute in conto l’utilizzo sostenibile di quelle risorse da parte della popolazione locale, che va aiutata con attività di educazione, formazione e controllo.

    La zona del Monte Nimba si può dire unica nel suo genere perché ospita più di 200 specie, sia animali che vegetali, riconosciute endemiche, ovvero presenti esclusivamente in questa vasta area, che si stende per oltre 17mila ettari, di cui più di due terzi in Guinea e un terzo in Costa d’Avorio. La parte situata in Liberia tecnicamente non rientra nemmeno nella riserva, ma è egualmente molto importante evitarne l’ulteriore degrado causato dalle attività delle attuali miniere, impedendone un nuovo ampliamento verso gli habitat che ancora reggono la loro funzione di cuscinetto.

    La foresta montana tropicale, che per fortuna finora non ha subito significativi danni, avvolge il monte Nimba che svetta nettamente con la sua altitudine di 1752 metri sopra un panorama di ondulate colline, pianure boscose e pascoli erbosi alle quote più basse. I forti contrasti stagionali del clima uniti agli effetti dell’altitudine così variegata hanno fatto sì che l’ecosistema sia particolarmente vario e consenta la vita di oltre 300 specie faunistiche di vertebrati, un terzo dei quali mammiferi, e di 2500 specie di invertebrati, di cui alcune centinaia endemiche, tra cui speciali ragni e millepiedi. Tra gli animali più minacciati, senza contare leopardi e pangolini, si possono citare una particolare tribù di intelligentissimi scimpanzé che usano le pietre come strumenti per i suoi bisogni quotidiani, la rara potogamole, piccolo insettivoro lungo 15 centimetri più altrettanti di coda, analogo a una lontra in miniatura, e il caratteristico rospo che vive solo ad alta quota e le cui uova si schiudono direttamente nel corpo della femmina, contrariamente al consueto.

    I pericoli all’integrità della riserva vengono da più fronti, il primo dall’incremento demografico delle popolazioni indigene circostanti. Questo significa che sono in forte aumento sia il bracconaggio sia i tentativi di disboscamento per utilizzare i terreni a pascolo e a uso agricolo, ricorrendo anche a incendi molto dannosi per l’ambiente. Tuttavia, se questi attacchi possono essere, oltre che purtroppo comuni a tante altre aree del continente, anche facilmente contenibili con maggiori controlli, monitoraggi e dispiegamenti di risorse ad hoc, che pure sembrano aumentati, ciò che preoccupa maggiormente l’Unesco è la minaccia costituita da nuovi tentativi di estrazione mineraria che potrebbero compromettere irrimediabilmente lo stato dei luoghi.

    Le grandi compagnie minerarie stanno esercitando fortissime pressioni sui governi locali, e non solo da oggi. Il business in gioco sembra essere davvero importante vista l’aggressività delle multinazionali. L’Unesco in particolare è preoccupata dalla concessione di un certificato di conformità ambientale e di una licenza di sfruttamento che il governo della Guinea ha concesso a Zali mining Sa (ex Wae) per una miniera di ferro che si trova immediatamente a ridosso dei confini del parco, nonché per una nuova licenza di esplorazione per le Risorse Sama, sempre ai margini della zona tutelata. Un pericolo concreto sta già venendo dal brutale ampliamento e asfaltatura della strada internazionale che unisce i due grandi insediamenti costituiti dalle città di Danané e Lola.

    L’organizzazione internazionale si sta battendo affinché si quantifichino e qualifichino con precisione gli impatti ambientali che potrebbero scaturire da queste concessioni di sfruttamento minerario con tutte le conseguenti implicazioni in fatto di uso della manodopera e della creazione di nuove vie di comunicazione per il trasporto dei minerali estratti. L’auspicio è che vengano immediatamente rafforzati tutti gli organismi di sorveglianza e gestione affinché nasca un piano di salvaguardia organica e sviluppo socioeconomico sostenibile dell’area. È infatti indispensabile salvaguardare l’integrità della riserva, armonizzandola anche con quella del parco di East Nimba in Liberia grazie a un rafforzamento delle attività di cooperazione transfrontaliera permanentemente finanziato anche con la collaborazione di privati.

    In più, in tempi di coronavirus aggiungiamo che già cinque anni fa qualificati studi anglosassoni segnalavano come le infezioni da hantavirus, ebola oppure marburg, fossero proprio legate alla riduzione di biodiversità degli ecosistemi, tipo, appunto, la distruzione di foreste a seguito di estrazioni dal sottosuolo di petrolio e minerali. A minaccia si aggiunge nuova minaccia…

    (Mario Ghirardi)

     

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    17 Aprile 2020 0 commentI
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