Senegal | Gorée, l’isola degli schiavi

di Enrico Casale
isola di goree

Crocevia di tristi traffici e approdo ambitissimo dalle potenze coloniali, l’isola di Gorée racchiude in sé la storia e la tragedia della tratta negriera. Per primi arrivarono gli esploratori portoghesi, nel 1444, e vi regnarono per oltre un secolo. Dal XV al XIX secolo le principali potenze marittime si avvicendarono sull’isola, considerata un punto strategico per il commercio di merci e schiavi: olandesi, francesi, inglesi a periodi alterni, poi di nuovo i francesi definitivamente nel 1807. Gli olandesi la chiamavano «l’isola gioiosa», per le baldorie e i festini a cui si abbandonavano i marinai mentre riempivano le navi con il loro carico umano.

Gorée era il principale punto di ammassamento di quelli che sarebbero stati i futuri schiavi d’America, utili nelle piantagioni e nelle residenze dei coloni europei, in Brasile, nei Caraibi, o nelle nuove colonie inglesi del Nord America. Da questa piccola isola al largo della capitale senegalese, sono partiti milioni di persone, provenienti da tutta l’Africa.

Oggi Gorée si raggiunge con una piacevola traversata di circa 20 minuti di traghetto, direttamente da Dakar. Appena arrivati, niente farebbe supporre il peso della storia vissuto su quest’isola: i ristorantini sul porto, con i loro tavolini di plastica vista mare, ti invitano alla sosta, i venditori ti assalgono già sul traghetto, pronti a portarti nella loro bottega, la migliore, ovviamente, e non ti lasceranno finché non li avrai accontentati.

I turisti si mescolano con naturalezza alla popolazione dell’isola, che conta circa quattromila persone. Le tipiche case coloniali color pastello e le strade sterrate ricordano una piccola Cuba (o è Cuba a ricordare Gorée?) e la passeggiata tra i vicoli è pacifica e rilassante. Ma ciò che vale da sola la visita è sicuramente la Maison des Esclaves, costruita dai francesi nel 1786, dove a migliaia vennero imprigionati per mesi in attesa della prossima nave per il nuovo continente. Quando la nave negriera arrivava, i futuri schiavi, incatenati per la caviglie, si incamminavano verso una piccola porta che dava direttamente sul molo dove attraccavano i velieri europei.

La porta è ancora oggi chiamata la port du voyage sans retour. Guardando alla porta, da dentro la Maison des Esclaves, si vede solo l’Oceano Atlantico. Non si può far a meno di pensare di trovarsi in un luogo di congiunzione tra l’Africa e l’America, e la sofferenza vissuta in questo luogo trasmette un certo senso di sacralità che si riesce ancora a percepire toccandone i muri e ascoltandone le storie.

(Mara Scannicchio)

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