Nigeria, l’impatto economico del Twitter Ban

di Valentina Milani

La messa al bando di Twitter in Nigeria, anche se “temporanea”, come sembrerebbe dalle ultime dichiarazioni del Governo Federale, è destinata a avere conseguenze economiche rilevanti. I social media, Twitter e Instagram in particolare, sono diventati luoghi strategici per la comunicazione e la promozione di molte aziende, oltre che per l’e-commerce. Queste aziende rischiano di vedere un rallentamento dell’attività per tutta la durata del Twitter ban.

Secondo uno strumento di Netblocks che misura l’impatto di interruzioni Internet totali o parziali per molti paesi, il costo di questo divieto di Twitter è di oltre 6 milioni di dollari (2,4 miliardi di naira) ogni singolo giorno. A sostenerlo è un rapporto di Sb Morgen intitolato Through the back door e dedicato appunto alle conseguenze della sospensione di Twitter in Nigeria. “Con la Nigeria che lotta sotto il peso della bassa crescita, alta inflazione e alta disoccupazione, questo è un livello di economia attività che il paese semplicemente non può permettersi di perdere”, dice il rapporto.

Il bando rischia di essere un freno anche per eventuali investimenti. Esemplare, da questo punto di vista, proprio la decisione di Twitter, che risale alla metà di aprile, di aprire la sua base africana in Ghana, Paese definito “un campione per la democrazia, sostenitore della libertà di parola, della libertà online e di Internet aperto”. Questa mossa ha generato un ampio dibattito in Nigeria e creato molto malumore anche nell’establishment politico. Le decisioni recenti non possono però che confermare come Twitter ci avesse visto giusto. Altre aziende tecnologiche globali interessate stabilire o approfondire la loro presenza in Africa sono ora più propense a guardare al Ghana piuttosto che alla Nigeria.

La sospensione di Twitter, seppur a tempo determinato, potrebbe fornire al governo un margine di manovra per estendere divieto e controlli non solo ad altri social media ma all’intero cyberspazio. Questa non è certo una pratica rara in Africa, come dimostrano gli esempi di Uganda, Camerun, Etiopia, Guinea, Algeria, Burundi, Ciad, Mali, Sudan, Togo, Tanzania e Zimbabwe, Paesi che hanno tutti esperito arresti totali o parziali tra il 2007 e il 2015.

La testata online Tech Cabal ha stimato che un “un giorno della chiusura di Internet in Nigeria potrebbe costare all’economia 134 milioni di dollari (51,1 miliardi naira). Un arresto di una settimana potrebbe costare 939,7 milioni di dollari (358 miliardi di naira), che è più del budget 2020 per i settori energia e agricoltura messi insieme”. La capacità del governo di decretare semplicemente – senza riferimento a qualsiasi procedimento legale – che un sito web sia messo offline, ha costi anche per le startup che in Nigeria cercano di raccogliere capitali stranieri.

Venerdì 5 giugno, il governo federale della Nigeria, tramite il suo ministro dell’Informazione, Lai Mohammed, ha annunciato una sospensione a tempo indeterminato dei servizi di Twitter in Nigeria in risposta a ciò che è stato definito un “uso persistente della piattaforma per attività che sono in grado di minare l’esistenza della Nigeria”.

(Stefania Ragusa)

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