Circa 4.500 migranti provenienti dall’Africa subsahariana sono stati rimpatriati nei loro Paesi d’origine da luglio 2025, data di avvio di un programma di rimpatrio volontario, coordinato direttamente con la Mezzaluna Rossa tunisina e le autorità regionali e locali, in particolare nel Governatorato di Sfax. I dati sono forniti dal colonnello Houssemeddine Jebabli, portavoce della direzione generale della Guardia Nazionale. Il programma ha previsto anche l’istituzione di un campo nella regione di El Amra, nel Governatorato di Sfax, per gestire il crescente numero di migranti.
Le comunicazioni ufficiali enfatizzano il carattere «umanitario» e rispettoso dei diritti umani di questa nuova fase della gestione della migrazione irregolare, ma tutti hanno ancora in mente le parole del presidente Kais Saied, pronunciate nel febbraio 2023, quando definì l’immigrazione clandestina dai Paesi dell’Africa subsahariana un «complotto criminale» per cambiare la composizione demografica della Tunisia.
Questo discorso ha sdoganato negli anni successivi una retorica apertamente razzista e xenofoba, scatenando una violenta caccia all’uomo. Migliaia di migranti subsahariani – compresi studenti regolari e lavoratori – hanno perso la casa, il lavoro e sono stati aggrediti per strada, spingendo molti a cercare una fuga disperata via mare verso l’Italia o a rifugiarsi nei campi informali. Nonostante l’ondata di sdegno internazionale, la Tunisia è diventata il perno della strategia di esternalizzazione delle frontiere dell’Unione Europea.
Nel luglio 2023 è stato firmato il Memorandum d’intesa tra Ue e Tunisia, fortemente voluto anche dall’Italia. L’accordo sostiene economicamente da allora lo Stato nordafricano in cambio di un maggiore controllo delle coste e del blocco delle partenze.
Le autorità tunisine e in particolare la Guardia Nazionale sono state ripetutamente accusate di deportazioni di massa: secondo diverse inchieste, migliaia di migranti prelevati dalle città costiere come Sfax e Tunisi sono stati caricati su autobus e abbandonati nelle zone desertiche cuscinetto al confine con la Libia e l’Algeria, senza acqua, cibo o assistenza medica. Molti report indipendenti hanno documentato decessi per disidratazione e stenti in queste aree.
Per alleggerire la pressione e ripulire l’immagine internazionale, il governo Saied ha facilitato, in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), i programmi di rimpatrio volontario assistito verso Paesi come la Guinea, il Mali o la Costa d’Avorio. Tuttavia, le ong denunciano che il termine «volontario» sia puramente formale: messi alle strette da violenze, impossibilità di lavorare e detenzioni arbitrarie, per molti migranti il ritorno a casa è l’unica alternativa alla fame o alla morte nel deserto.



