Nigeria | Africa subsahariana, ecco il coronavirus

di Enrico Casale
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Il coronavirus è arrivato nell’Africa subsahariana. Il primo caso è stato segnalato in Nigeria, si tratta di un uomo d’affari italiano che è arrivato a Lagos da Milano il 25 febbraio. Le sue condizioni sono stabili. Non avrebbe sintomi gravi. I medici lo hanno ricoverato in un ospedale di Lagos dove sta ricevendo tutte le cure del caso. Le autorità sanitarie hanno iniziato a identificare tutti coloro che potrebbero essere entrati in contatto con il paziente dal momento in cui ha messo piede in Nigeria. Il governo di Abuja ha inoltre dichiarato di aver attivato il suo centro nazionale di operazioni di emergenza per attuare misure di controllo e contenere il più possibile la diffusione del virus.

Attualmente, nel mondo, sono state contagiate più di 80.000 persone in 40 differenti Paesi. Oltre sessanta persone sono morte fuori dalla Cina, l’epicentro dell’epidemia. Grazie alle imponenti misure messe in atto da Pechino, nella Cina continentale il numero degli infettati continua a diminuire di giorno in giorno. Ma altrove si sta lentamente diffondendo.

Nel continente africano, prima del paziente italiano in Nigeria, si erano registrati solo due altri casi, uno in Algeria e uno in Egitto. Il contagiato in Algeria è un altro italiano, un dipendente di Eni. Secondo un comunicato diffuso proprio dalla compagnia petrolifera, il tecnico «era dislocato nel campo di Mle, nel deserto algerino» e non aveva febbre. L’italiano, arrivato in Algeria il 17 febbraio, proviene da Bertonico, Comune lodigiano che dal 21 febbraio fa parte della zona rossa di diffusione in Lombardia. Attualmente è ricoverato in isolamento all’Istituto Pasteur. «Sono state adottate tutte le misure per la presa in carico del paziente, messo in quarantena. Ma gode di buone condizioni di salute», ha dichiarato un portavoce dell’Eni.

Venerdì 24 febbraio, anche l’Egitto ha confermato il suo primo caso di coronavirus. Anche in questo caso, la persona colpita è uno straniero di cui però non si conoscono né la provenienza né le generalità. È stato messo subito in isolamento in ospedale. Il ministero della Salute del Cairo ha dichiarato di aver immediatamente informato l’Organizzazione mondiale della sanità e di aver adottato tutte le misure preventive necessarie.

Intanto però nel continente si sta diffondendo la psicosi da virus. In Kenya sono state lanciate due petizioni online che chiedono al governo di Nairobi di sospendere i voli diretti dalla Cina. Migliaia di persone hanno firmato in poche ore mentre crescono le critiche al governo che ha permesso a un volo della China Southern Airlines di atterrare a Nairobi.

Una delle persone che ha avviato la petizione, Ahmed Papa, afferma che il Kenya non è pronto a gestire un focolaio di coronavirus e quindi dovrebbero essere evitati tutti i possibili casi di contagio. «Semplicemente non siamo pronti a combattere il flagello. Non economicamente e certamente non tecnologicamente», ha scritto.

Il Sudafrica ha invece annunciato che tutti i visitatori che provengono dall’Italia saranno sottoposti a controlli medici supplementari, e chi entrerà nel Paese dovrà contattare le autorità in caso di sintomi influenzali riconducibili quindi al coronavirus.

All’aeroporto di Addis, snodo principale per i collegamenti nel continente, tutti gli addetti hanno mascherina. I passeggeri vengono accolti con una pistola sulla testa (quei termometri digitali usati per verificare la febbre) e invitati a lavarsi le mani con disinfettanti al cloro.

Nel Kivu (Rd Congo), il cordone sanitario già attivo per ebola è stato intensificato per scongiurare l’arrivo del Coronavirius, un rischio reso palpabile dalla presenza massiccia di cinesi impiegati nei cantieri locali. L’allerta è massima. Ma è impensabile mettere in quarantena i congolesi, paralizzare l’economia infornale che sfama la gran parte delle famiglie. Le strade brulicano di gente. Le strade sono paralizzate dal traffico.

«I modelli matematici non hanno escluso la possibilità di contagio in Africa – spiega Vittoria Colizza, epidemiologa italiana che lavora in Francia -. Alcuni Paesi, per via di fattori sia politici che sociali e sanitari, non potrebbero offrire molte garanzie. Si tratta di Nigeria, Etiopia, Sudan, Angola, Tanzania, Ghana e Kenya. In queste nazioni sono presenti molte aziende cinesi, impegnate soprattutto nella costruzione di nuove infrastrutture o nelle attività commerciali. La situazione va monitorata costantemente e vanno studiati piani di intervento specifici per il continente».

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