L’Ue colpisce l’oro del Sudan per fermare la guerra

di Marco Trovato

L’Unione europea introduce nuove sanzioni per colpire una delle principali fonti di finanziamento della guerra in Sudan: il commercio dell’oro. Vietate le importazioni del metallo prezioso e l’esportazione di mercurio e cianuro utilizzati nell’estrazione. Le misure si aggiungono a quelle già adottate da Ue e Regno Unito nel tentativo di ridurre le risorse economiche dei due schieramenti in conflitto

L’Unione europea ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro il Sudan, prendendo di mira il settore dell’oro, considerato una delle principali fonti di finanziamento della guerra che, dall’aprile 2023, contrappone le Forze armate sudanesi (Saf) guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan alle Forze di supporto rapido (Rsf) del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. Lo ha reso noto il Consiglio dell’Unione europea.

Le nuove misure vietano l’acquisto, l’importazione e il trasferimento nell’Ue di oro proveniente dal Sudan. Contestualmente, Bruxelles ha proibito la vendita, la fornitura e l’esportazione verso il Paese di mercurio e cianuro, sostanze indispensabili per l’estrazione aurifera, nel tentativo di ostacolare la produzione e il commercio del metallo prezioso.

Secondo il Consiglio dell’Ue, l’obiettivo è interrompere uno dei principali flussi finanziari che alimentano il conflitto, riducendo le risorse economiche a disposizione dei gruppi armati e limitandone la capacità di acquistare armi, reclutare combattenti e sostenere le operazioni militari.

Il controllo delle miniere d’oro rappresenta infatti uno degli aspetti centrali della guerra sudanese. Negli ultimi anni le Forze di supporto rapido hanno consolidato la propria presenza nelle principali aree aurifere del Darfur e del Kordofan, sviluppando una rete di estrazione e commercializzazione che, secondo numerosi osservatori internazionali, ha garantito al gruppo ingenti entrate anche attraverso canali di esportazione informali. Anche l’esercito regolare controlla parte della produzione aurifera, facendo del settore minerario uno dei principali motori economici del conflitto.

Le nuove restrizioni europee si aggiungono al regime di sanzioni già in vigore contro persone fisiche ed entità accusate di compromettere la pace, la stabilità e la transizione politica del Sudan. Negli ultimi due anni Bruxelles ha infatti inserito nelle proprie liste nere comandanti militari, aziende riconducibili alle Saf e alle Rsf e soggetti coinvolti nel traffico di armi e nel sostegno logistico ai due schieramenti.

L’iniziativa europea arriva dopo una serie di analoghe misure adottate da altri partner occidentali. Il Regno Unito, che nelle scorse settimane ha ospitato a Londra una conferenza internazionale dedicata al Sudan, ha progressivamente ampliato il proprio regime sanzionatorio congelando beni e imponendo divieti di viaggio a comandanti militari, società e intermediari economici ritenuti coinvolti nel finanziamento della guerra. Londra ha inoltre preso di mira alcune imprese accusate di facilitare il commercio dell’oro e di sostenere le reti economiche riconducibili ai due contendenti.

Anche l’Unione europea aveva già colpito, nei mesi scorsi, società attive nei settori minerario, bancario e manifatturiero considerate vicine sia alle Forze armate sudanesi sia alle Rsf, nel tentativo di ridurne la capacità finanziaria. Le nuove misure segnano tuttavia un salto di qualità, perché prendono direttamente di mira l’intero commercio dell’oro sudanese, una delle principali voci dell’export nazionale.

Resta tuttavia da verificare l’efficacia concreta delle sanzioni. Gran parte dell’oro sudanese lascia infatti il Paese attraverso reti di contrabbando consolidate e viene riesportato passando per Paesi terzi, rendendo difficile tracciarne l’origine. Proprio per questo Bruxelles punta anche a rafforzare la cooperazione internazionale sul monitoraggio delle filiere commerciali e sull’applicazione delle restrizioni.

La guerra, intanto, continua senza segnali concreti di una soluzione politica. In oltre tre anni di combattimenti il Sudan è precipitato in quella che le Nazioni Unite definiscono una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta: decine di migliaia di persone hanno perso la vita, oltre 15 milioni sono state costrette ad abbandonare le proprie case e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. In questo contesto, l’Unione europea ritiene che colpire le fonti di finanziamento del conflitto rappresenti uno dei pochi strumenti a disposizione della comunità internazionale per tentare di ridurre l’intensità della guerra, in assenza di progressi significativi sul piano diplomatico.

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