La recessione inevitabile

di AFRICA
piattaforme eni in angola

L’Africa si appresta a vivere un grave periodo di recessione. Molti fattori, che si intrecciano fra loro, contribuiranno a un calo della crescita. Alle problematiche endemiche, come la povertà e la corruzione, si aggiungono fattori esterni di notevole impatto sui mercati: shock del prezzo del petrolio, coronavirus che porta con sé un calo della domanda turistica e, non ultimo, l’invasione delle locuste nel Corno d’Africa che sta mettendo in ginocchio intere popolazioni già provate dall’insicurezza alimentare.

È opinione diffusa che l’epidemia da coronavirus potrebbe colpire duramente le popolazioni africane. Il numero dei casi di contagio – mentre scriviamo – non è ancora allarmante, circa 200, ma i Paesi che vengono colpiti crescono e questo preoccupa. La pandemia mondiale, tuttavia, comincia a farsi sentire soprattutto sul piano economico. Già con il dilagare del coronavirus in Cina – Pechino è il maggior investitore in Africa, e anche un importante importatore di materie prime – si sono avute subito le prime conseguenze sui bilanci economici dell’Africa subsahariana. Un rapporto del Supporting Economic Transformation stimava, a inizio febbraio, un meno 4 miliardi di export. Numeri destinati a crescere. Dello stesso avviso è l’Istituto di studi sulla sicurezza di Pretoria, che prevede conseguenze economiche gravi e di lunga durata. I Paesi africani, malgrado lo scetticismo globale, si stanno attrezzando per fronteggiare l’epidemia. Il Benin ha annunciato uno stanziamento straordinario di 12 milioni per affrontare l’emergenza, benché non siano stati registrati casi di coronavirus. Il Paese sta mettendo in campo misure di prevenzione dopo la segnalazione del primo caso di contagio nel vicino Togo. Il Ghana, solo per fare un ultimo esempio, ha annunciato un finanziamento pari a 100 milioni di dollari. Molti Stati hanno chiuso le rotte verso i Paesi europei e altre parti del mondo per il dilagare dell’epidemia. Tutto ciò sta avendo ripercussioni fortissime sul turismo e sui viaggi di affari. Quello che serve, inoltre, è un supporto all’economia interna dei vari Paesi.

Stimolare l’economia interna, in momenti di crisi così acuti, è un imperativo. Ma i numeri dicono un’altra cosa. Alla crisi del coronavirus, si somma lo shock del prezzo del petrolio. Un calo considerevole: negli ultimi giorni il barile ha oscillato tra i 31 e i 34 dollari. Tutto ciò rischia di mettere in ginocchio l’economia di molti Paesi che sono legati a doppio filo alle esportazioni di materie prime e che non hanno saputo investire – negli anni in cui il barile è arrivato a superare i 110 dollari – in una diversificazione economica che mettesse al riparo da shock esterni. E sono molti i Paesi che dipendono quasi esclusivamente dal greggio o da altre materie prime.

L’Angola, già all’inizio dell’epidemia, ha visto diminuire sensibilmente le esportazioni verso Pechino, quando il barile toccava i 54 dollari. Luanda produce circa 2 milioni di barili giorno. Occorre ricordare che il 60 per cento del commercio estero di questo Paese dell’Africa australe è diretto verso la Cina. Adesso è arrivato il calo del prezzo del petrolio. Per un Paese già in crisi questo rappresenta un duro colpo per l’economia. Già nel 2018 la crescita dei settori non legati al petrolio è stata estremamente debole e tutto ciò si è trasformato in una crescita del debito pubblico.

Un altro colosso dell’economia africana, la Nigeria, si basa sulle esportazioni di petrolio. Paese che già nel 2016 ha subito un shock per il calo delle quotazioni del greggio. Crescita tornata positiva nel 2017 e che tra il 2018 e il 2019 è stata trascinata dai settori dell’informatica e delle comunicazioni. Ora il pericolo recessione è molto vicino.

La Repubblica del Congo potrebbe vivere, nuovamente, una crisi importante. L’economia dipende quasi esclusivamente dalle esportazioni di petrolio e legname, ha stretto legami economici con la Cina proprio nel settore delle materie prime e ha un debito pubblico insostenibile. L’ultimo forte calo del prezzo del petrolio, oltre ad avere avuto un contraccolpo sulle casse dello Stato, ha avuto significative conseguenze sull’occupazione e a farne le spese sono state la fasce più deboli e meno qualificate della popolazione impiegate nelle multinazionali del petrolio presenti nel Paese. Nel vicino Gabon le cose non vanno meglio. Le esportazioni del Paese sono composte per l’80 per cento dal petrolio e per il 7 dal legno. Il Paese, tuttavia, importa la maggior parte del fabbisogno alimentare.

Spostandoci nell’Africa occidentale, e solo per fare un esempio, anche il Ghana è a rischio, nonostante le sue velleità petrolifere. Accra, che attualmente produce 195mila barili, spera di portare la produzione a 500mila barili al giorno. L’economia, tuttavia, dipende molto dalle principali fonti di esportazione. Nell’ordine: oro, petrolio e cacao. Beni soggetti alle oscillazioni del prezzo a livello internazionale. Ma sono molti altri i Paesi che stanno subendo le ripercussioni economiche del coronavirus e della volatilità dei prezzi delle materie prime. Gli analisti si aspettano, inoltre, ripercussioni sulle valute africane che potrebbero essere oggetto di vendite, con conseguente perdita di valore. A ciò si aggiunge la fragilità dei meccanismi di riscossione delle imposte. In un contesto globale critico – la recessione mondiale pare essere una certezza – diventa difficile pensare che possano arrivare sostegni finanziari ed economici internazionali.

L’intero continente, non solo l’Africa subsahariana, corre il rischio che gli sforzi che hanno portato alla creazione dell’area di libero scambio più grande del mondo vengano vanificati. La chiusura delle frontiere, come misura di contenimento del coronavirus, potrebbe essere fatale.

(Angelo Ravasi)

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