di Stefano Pancera
La protesta dei giovani africani si sposta dalle piazze alla Rete, nuovo fronte dello scontro con il potere. Governi e piattaforme affinano strumenti di controllo digitale, mentre influencer e narrazioni “positive” cercano di neutralizzare le voci critiche. La Gen Z risponde reinventando il dissenso: reti offline e boicottaggi digitali. In Africa, oggi, anche l’algoritmo è un campo di battaglia politico
A quindici anni dalle Primavere arabe, i giovani africani della Gen Z – oltre 500 milioni di persone tra i 14 e i 25 anni, circa il 30% della popolazione del continente – restano una forza demografica e politica decisiva. Lo scorso anno hanno riempito le piazze di Paesi come Kenya, Tanzania, Uganda e Madagascar chiedendo diritti, lavoro e rappresentanza. La relativa calma che oggi si registra in molte capitali africane può sembrare un riflusso naturale dopo le proteste del 2025. È una lettura comoda per i governi: i giovani si stancano, non sono organizzati, tornano a casa. In realtà la repressione non si è fermata. Ha solo cambiato forma. Durante le tornate elettorali più controverse, diversi governi hanno imposto blackout di internet. Ma il controllo sulla Rete è proseguito dopo, con una censura selettiva e opaca: post rimossi per presunte violazioni delle regole, video che documentano abusi della polizia classificati come “contenuti violenti”, hashtag che smettono improvvisamente di circolare.
Nel frattempo, i social vengono occupati da messaggi filogovernativi e influencer che parlano di pace e unità nazionale. È quella che molti attivisti definiscono ormai ingegneria del silenzio. Ma nulla riesce a zittire la voce della Gen Z. Durante gli shutdown, molti ragazzi hanno aggirato i blocchi usando applicazioni come Bridgefy, che trasformano i telefoni in “reti a maglie” via Bluetooth. Senza internet, i messaggi rimbalzano da un dispositivo all’altro: segnalazioni di arresti, posti di blocco, punti di ritrovo. In questo contesto di repressione digitale, il ruolo delle grandi piattaforme non è neutrale. Meta ha rafforzato come mai prima la sua presenza in Africa, con sedi a Johannesburg, Lagos e Nairobi, e soprattutto con il progetto 2Africa: 45.000 chilometri di cavi sottomarini che circondano il continente e ne triplicheranno la capacità di accesso a internet. Un’infrastruttura strategica che rende l’azienda un attore politico di fatto. Nel dicembre 2025, Meta ha limitato la voce dell’esilio tanzaniano bloccando account di attivisti e figure mediatiche influenti, decisioni formalmente giustificate da violazioni interne ma dagli effetti politici immediati.
È in questo ecosistema che si inserisce il caso del “tour africano” di IShowSpeed. Il giovane influencer afroamericano, seguito da decine di milioni di persone, ha raccontato l’Africa in diretta a un pubblico globale. Un’operazione che ha offerto una narrazione alternativa del continente, ma che ha anche mostrato il confine sottile tra racconto social e marketing politico. In Paesi attraversati da proteste e repressioni, le sue dirette si sono concentrate su momenti ludici e spettacolari, evitando ogni riferimento al contesto. Per molti attivisti, una rappresentazione perfettamente compatibile con le narrative ufficiali.
Dopo gli scontri del 29 ottobre 2025 in Tanzania, migliaia di giovani hanno atteso invano una presa di posizione dai loro idoli musicali. Il silenzio ha prodotto una reazione immediata: playlist svuotate e campagne di boicottaggio digitale contro le principali star del Bongo Flava. Un messaggio chiaro: la popolarità non è neutra, e il silenzio ha un costo. Nonostante censura e repressione, i social restano uno spazio contendibile. I giovani parlano di “igiene digitale”: sapersi spostare, ricostruire reti, cambiare linguaggi, organizzarsi offline quando serve. Internet è un campo di battaglia asimmetrico, dove l’intelligenza collettiva può ancora sfidare il controllo verticale. E quando tutto viene bloccato, resta l’arma più semplice e potente: togliere attenzione. Anche il silenzio, oggi, è una scelta politica.



