Io italiana, colpita dal Covid-19 in Senegal

di Stefania Ragusa
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N. T. è italiana ma vive e lavora in Senegal, a Dakar. Ha preso il Covid-19 e da circa due settimane è ricoverata all’ospedale di Fann, che è la struttura sanitaria deputata al trattamento della malattia nella capitale. La sua situazione è in fase di miglioramento e ha deciso di parlarci di come è stata curata. La sua testimonianza smonta vari luoghi comuni  (a partire dall’idea che si possa parlare di una sanità africana che accomuna tutti i paesi del continente) e aiuta a capire un po’ meglio quale sia la situazione in Senegal.

«In Senegal la sanità non è gratuita, ma la cura per il covid lo è. Nell’ospedale in cui mi trovo ho la camera singola, menu alla carta e bagno privato. Non è un trattamento di favore. I medici e gli infermieri sono molto attenti. Verificano se mangiamo, dicono che la prima cura è nutrirsi bene. Infatti questa malattia, che somiglia tanto alla malaria, annulla il gusto e l’olfatto e ti fa passare l’appetito, indebolendoti. Io ho mantenuto i miei sensi, il gusto però si è alterato e avevo la bocca amara.
Prima di iniziare la terapia con l’idroclorochina mi hanno sottoposto ad elettrocardiogramma. Mi vengono fatte analisi del sangue molto spesso, e il tampone ogni tre giorni. Da ieri pomeriggio non assumo più la medicina al centro di tante controversie. Non si va infatti oltre i 10 giorni di terapia. L’idroclorochina viene somministrata con un antibiotico (l’azitromicina) per tre giorni e con delle vitamine che stimolano l’appetito.
Il personale medico è molto attento all’impatto psicologico. Cercano in ogni modo di mettere il paziente a proprio agio. Credo che sia il terrorismo mediatico fatto sulla terapia adottata in Senegal a spingerli a darci un supporto psicologico ancora più accurato. Uno psicologo è a nostra disposizione.
Quando mi hanno ricoverata il famigerato studio di Lancet era appena stato pubblicato. Ne ho parlato con i medici qui. Per commentare hanno usato la parola ‘triste’. Triste lasciare morire e soffrire la gente per seguire interessi economici. Mi hanno spiegato quello che già a partire dall’indomani sarebbe stato osservato sullo studio: era basato su protocolli che qui in Senegal non vengono usati, su dati falsati… Da una rivista come quella non se l’aspettavano. Qui comunque non hanno mai pensato di sospendere il protocollo. Questa terapia non è una cura per il Covid-19, ma aiuta. Aiuta a guarire prima e questo vuole dire anche impedire complicazioni respiratorie…. Accorciare i tempi di guarigione è fondamentale. La media di guarigione è di circa dieci giorni. I tempi più lunghi arrivano ad un mese (pazienti con altre patologie). La mortalità resta bassa. Ormai qui hanno trattato migliaia di pazienti, hanno notato come principale effetto collaterale uno o due giorni di diarrea. Niente di fatale. Tutti noi pazienti siamo oggetto di studio. Ho firmato una liberatoria sia per l’assunzione della terapia sia per l’utilizzo dei miei dati e dei risultati dei miei esami. Perché lo studio continua. Nessuno grida alla terapia miracolosa.
Lo psicologo mi ha invitato ad evitare letture sull’argomento e mi ha consigliato di non partecipare ai dibattiti. Devo dire che l’impatto psicologico è forte. La gente non capisce quanto ci si senta fragili. Da malato leggere notizie néfaste e spesso false sul decorso della malattia, sui postumi, sulle terapie è difficile da metabolizzare. Sembra sia diventata una partita di câlcio, con i tifosi al seguito».

(Stefania Ragusa)

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