In Uganda cambia la musica?

di Diego Fiore
Bobi Wine
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

(reportage dal numero 4/2019 di Africa)

Bobi Wine, popolare cantante e deputato (oggi arrestato, ndr), punta a strappare il potere al vecchio presidente Museveni. È cresciuto in uno slum di Kampala e con le sue canzoni ha dato voce al rancore e alla rabbia dei giovani, delusi e disoccupati, in cerca di riscatto. La sua crescente popolarità sta infastidendo l’inossidabile regime.

«Quando i nostri leader si rivelano degli impostori, quando i bugiardi diventano aguzzini, quando la libertà di espressione viene soffocata, allora l’opposizione diventa l’unica nostra possibilità di riscatto». È l’incipit di Situka (“Alzati” in lingua luganda), un brano diventato un tormentone in Uganda. È soprattutto il manifesto politico di un cantante hip hop che sta scuotendo i palazzi del potere: Bobi Wine (al secolo Robert Kyagulanyi Ssentamu), un musicista afrobeat dalla voce tagliente emerso dalle baracche di Kamwokya, dov’è nato 38 anni fa.

Un tempo le sue canzoni parlavano d’amore e disperazione. Oggi sono la colonna sonora delle piazze. La svolta è del 2016, quando il cantante decise di entrare in politica per sfidare Yoweri Museveni, 75 anni, al potere dal 1986. Lo ha fatto alla sua maniera: urlando al microfono la rabbia contro l’inamovibile capo dello Stato, denunciando un sistema basato sulla corruzione, la repressione e l’impunità. «Ero stufo di assistere in silenzio all’ingiustizia e alla prepotenza del regime», ha dichiarato in un’intervista a Rolling Stone, rivelando l’episodio che fece da detonatore alla sua collera: il pestaggio subito da un poliziotto.

Nel 2017 Bobi Wine si presentò alle elezioni politiche come indipendente. Al posto dei concerti si mise a tenere comizi. Fece il pieno di voti, sconfiggendo i candidati del partito al potere e della coalizione di opposizione.

People Power

In Parlamento non ha cambiato linguaggio né modo di fare. Ha continuato a denunciare le violazioni dei diritti umani e civili da parte delle forze di sicurezza. Ha difeso la libertà di espressione dai ripetuti tentativi del governo di imbavagliare giornalisti e blogger.

La sua popolarità continua a crescere. Merito, dicono i detrattori, di un’abile campagna costruita sui social network, più che di reali abilità da leader. L’immagine che ostenta, le parole che usa, i gesti che compie fanno breccia tra la sua gente, aggregatasi nel movimento #PeoplePower. Sguardo risoluto, sorriso sornione, basco rosso, pugno chiuso levato al cielo, Bobi Wine è diventato un’icona rivoluzionaria. Per i giovani è un idolo, un combattente per i poveri, il portavoce dei diseredati. Lui arringa i seguaci contro «i governanti avidi e corrotti che si spartiscono le ricchezze del Paese condannando il popolo alla fame».

Amatissimo nei quartieri popolari, incarna meglio di chiunque i sogni di una generazione assetata di riscatto. È più populista che progressista, ma le nostre categorie politiche funzionano fino a un certo punto in Africa. Di recente ha smentito le sue presunte posizioni omofobiche suggerite da certi passaggi dei suoi brani (costategli il boicottaggio internazionale di attivisti Lgbt), rompendo con l’unico punto di contatto che aveva con Museveni.

Nipotini arrabbiati

Bobi Wine correrà alle presidenziali del 2021, quando Museveni punterà al sesto mandato. Il presidente è un osso duro, una vecchia volpe sopravvissuta a mille traversie, accreditandosi come il garante della stabilità di una nazione strategica per gli interessi internazionali e gli equilibri regionali. Si è schierato con l’Occidente per la missione di pace in Somalia ed ha accolto più di un milione di profughi dal Sud Sudan. Controlla saldamente l’esercito e ogni ganglio dello Stato. Ma appare impreparato, anche per differenze anagrafiche e culturali, ad affrontare un rivale che lo sfida a ritmo di musica e colpi di tweet.

Museveni snobba lui e i suoi seguaci (chiamati sprezzantemente bazukulu: “nipotini”), ma così gli fa un favore. Tre quarti dei 36 milioni di ugandesi hanno meno di trent’anni. E sette giovani su dieci sono disoccupati. In questi numeri c’è l’enorme elettorato potenziale di Bobi Wine. Saprà intercettarlo? Numerosi aspiranti leader hanno già fallito o tradito le promesse. Travolti da scandali e indeboliti dalle divisioni, gli esponenti dell’opposizione sono stati incapaci di capitalizzare il malcontento. D’altronde Museveni ha usato ogni arma per sbarazzarsi degli avversari più temibili, come Kizza Besigye, l’antagonista storico, finito più volte dietro le sbarre con l’accusa di alto tradimento.

Sotto attacco

Stesso capo d’imputazione per Bobi Wine, che un anno fa è stato imprigionato all’indomani di una manifestazione di sostenitori culminata in una sassaiola contro il corteo presidenziale. Uscito dal carcere su cauzione, anche grazie a una mobilitazione che ha coinvolto numerosi artisti internazionali (quali Angélique Kidjo, Chris Martin e Damon Albarn), il cantante ribelle ha dichiarato di aver subito maltrattamenti e torture. Oggi è in attesa del processo.

In passato è riuscito a farsi scagionare dalle accuse di calunnia e ingiurie a Museveni. Ora rischia la pena di morte (benché in Uganda l’ultima esecuzione risalga al 2005). Nell’ultimo anno, due dei suoi collaboratori più stretti – l’autista personale e l’amico musicista Ziggy Wine – sono morti in circostanze oscure che la polizia non ha ancora chiarito: il primo, «colpito da una pallottola vagante» durante tafferugli di piazza; il secondo, morto per le torture e le ferite riportate durante un misterioso rapimento.

Le intimidazioni non hanno spento la voce critica di Bobi Wine. L’ultima canzone, Corona Virus Alert, composta per sensibilizzare alle norme anti-contagio, è diventata virale in tutto il mondo. «La brutta notizia è che tutti sono potenzialmente vittime, quella buona è che siamo tutti le potenziali soluzioni», canta il parlamentare, autore in passato di canzoni impegnate sul fronte civico, contro l’aids o per il rispetto dell’ambiente. Oggi però a Kampala va per la maggiore un’altra sua hit, We Are Fighting for Freedom, una canzone di protesta e battaglia che riecheggia in ogni dove. È un inno di libertà diffuso da cellulari, radio, mototaxi e chioschetti sulla strada. In Uganda si cambia musica?

(Marco Trovato)

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