Il villaggio di Franco Pini

di Matteo Merletto

In trentacinque anni di duro lavoro nel villaggio di Nyagwethe, l’infaticabile missionario laico Franco Pini ha realizzato innumerevoli opere di utilità sociale che hanno promosso lo sviluppo della comunità locale.

Era unvillaggio sperduto sulle sponde del Lago Vittoria. Le condizioni di vita erano durissime. La terra rendeva poco. L’acqua era inquinata. La malaria e il colera falcidiavano intere famiglie. In trentacinque anni, Nyagwethe è diventato un villaggio modello. E questo, grazie al duro lavoro che Franco Pini, un bergamasco intraprendente, appassionato e capace di una profonda umanità, ha fatto insieme ai keniani.

Una nuova vita

La sua è una storia incredibile. Lavoratore tessile, Franco ha una grande passione: i viaggi. Alla fine degli anni Cinquanta, in sella a una moto inizia a girare il mondo. In Iran è protagonista di un fatto che lo segnerà per la vita. Di ritorno da una delle sue avventure, subisce un attacco e viene abbandonato privo di sensi in un vallone. Alcuni abitanti della zona lo portano in ospedale e, senza chiedere nulla in cambio, lo aiutano a riprendersi e a tornare a casa. Quell’evento lo rende consapevole che senza il provvidenziale aiuto di tante persone la sua vita avrebbe potuto prendere una direzione diversa.

Nonostante l’incidente, continua a viaggiare. Nel 1980, con un gruppo di scout arriva in Kenya, dove dovrebbe costruire una casa nella missione dei padri passionisti e portare aiuto alla popolazione. Il gruppo di volontari viene accompagnato a visitare il villaggio di Nyagwethe. Il posto è incantevole, ma la gente vive in condizioni terribili. Rientrato in Italia, continua a pensare al Kenya e a come aiutare coloro che ha incontrato. Gli torna in mente la solidarietà sperimentata in Iran, i valori di amicizia assorbiti tra gli scout e negli alpini. Chiede il prepensionamento, e riparte. Con una valigia carica di medicinali, un piccone e i suoi risparmi.

Meglio un muro storto…

Sa di dover partire da zero. Da buon bergamasco non si arrende. Superando difficoltà di ogni genere e rischiando più volte la vita, costruisce, pezzo dopo pezzo, strutture e servizi fondamentali. Fa il muratore, l’imbianchino, l’idraulico, l’infermiere. In trentacinque anni realizza un dispensario medico, un acquedotto lungo cinque chilometri, un mercato all’ingrosso, un complesso scolastico (asilo, scuola primaria, liceo e scuola professionale), due mense, tre dormitori, laboratori artigianali, case d’accoglienza e perfino una chiesa.

Franco vuole però che i keniani siano protagonisti del loro sviluppo. Insegna a costruire, a fare lavori di carpenteria e di meccanica. «Meglio un muro storto fatto da un africano – era solito dire – che un muro dritto fatto da un occidentale». Franco Pini muore nel 2016 a 84 anni. Ai keniani lascia il suo esempio di lavoratore dal cuore grande, ma anche un villaggio diventato un centro educativo riconosciuto e premiato dal governo di Nairobi, e un esempio prezioso di sviluppo economico equilibrato e sostenibile.

Sempre in movimento

«Là bevi dal rubinetto acqua potabile – spiega chi ha visitato Nyagwethe –. L’acquedotto è fonte di vita come l’ospedale. Forse, però, l’obiettivo perseguito con maggiore convinzione da Franco è stato quello di offrire un’istruzione alle nuove generazioni attraverso l’asilo, le elementari, il college. Oggi le scuole del villaggio sono frequentate da 1300 studenti».

Per lunghi anni, Franco Pini ha sopportato da solo tutti gli sforzi fisici ed economici per sopperire alle necessità di Nyagwethe. «Anche quando era in Italia – ricorda Giovanni Diffidenti, fotografo, autore delle immagini di questo servizio –, Pini non si fermava mai. Era sempre in movimento per cercare fondi, materiali, idee, possibili collaborazioni. Instancabilmente faceva conoscere la sua opera, raccontava la sua esperienza nelle parrocchie, nelle scuole, organizzava mercatini missionari aiutato dalla moglie Rosetta, vendeva prodotti di artigianato africano acquistati in Kenya, e i libri dal titolo Una moto, una storia, un villaggio e Un’alba in Kenya, che ha scritto raccontando le sue incredibili avventure e peripezie».

La storia continua

Era consapevole di non poter continuare da solo. Serviva una struttura che lo supportasse. «Farò quello che posso finché ci sono – diceva agli amici –. Poi dovrò pensare a un’istituzione, magari con la mia famiglia, perché si possa continuare». Nel 1999, proprio dall’idea di un gruppo di amici nasce l’Associazione Franco Pini Onlus, per sostenere la sua azione favorendo lo sviluppo del villaggio. Per anni, l’associazione è stata il fedele supporto di Franco. Lo ha seguito e aiutato. E, una volta morto Pini, ne ha raccolto l’eredità. Gli iscritti sono molti, ma il nucleo forte è ancora la famiglia di Franco: la moglie Rosetta e i quattro figli. «Mio papà non voleva fare la carità – spiega Susanna –. Lavorava affinché i keniani si costruissero il loro futuro con le proprie mani. Quindi rigettava anche solo l’idea che diventassero dipendenti da noi, voleva la loro autonomia. E noi figli, insieme all’associazione, stiamo continuando su questa strada».

Progetti ambiziosi

Oggi il villaggio è in gran parte autonomo. L’associazione aiuta a mantenere in vita quanto già avviato e cerca di offrire nuove opportunità alla popolazione. Attualmente, oltre a migliorare l’acquedotto, l’associazione lavora al potenziamento del dispensario. «L’idea – osserva Susanna – è di mantenere il reparto di ostetricia-ginecologia e di degenza, e di creare un punto prelievi che quotidianamente porterà le provette in un laboratorio garantendo analisi di ottima qualità».

L’associazione sta varando un avveniristico progetto legato al cibo, che mette al centro la coltivazione di girasoli. Dal girasole si ricavano i semi che daranno un olio di buona qualità. «La produzione dello scorso anno (il primo del progetto) è andata bene – spiega Susanna –. Per la spremitura ci siamo rivolti al frantoio di un villaggio vicino. In futuro, però, vogliamo acquistare uno spremitore per Nyagwethe. L’olio servirà per l’alimentazione della popolazione».

E il progetto non si ferma qui. Gli scarti sono infatti un ottimo nutrimento per i pesci. L’idea è quindi di creare un allevamento ittico e con gli escrementi dei pesci fertilizzare gli orti. «Ciò permetterebbe – conclude Susanna – di fornire cibo sano alla mensa delle scuole. Il progetto sarà seguito dalla locale scuola professionale. I ragazzi avranno così una formazione che potranno spendere sia nel proprio villaggio sia in quelli vicini. Il noto proverbio cinese recita: “Se vuoi aiutare una persona, non donarle un pesce, insegnale a pescare”. Noi doniamo loro il pesce, ma insegniamo anche a pescarlo. Come avrebbe voluto mio papà».

(Enrico Casale – foto di Giovanni Diffidenti)

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