Il viaggio impossibile da Città del Capo a…Trento

di AFRICA
Viaggi

Un nostro lettore, lo scorso autunno, è partito dall’Italia per il Sudafrica. Da lì, ha iniziato il suo tour a bordo di una moto attraversando tutto il continente sino ad arrivare in Marocco. Rientrato in Italia l’8 febbraio, ha voluto raccontarci la sua impresa

Il viaggio è iniziato il 22 novembre, partenza dall’aeroporto di Malpensa. Da lì, la sera io e Sabrina, la mia compagna, abbiamo preso l’aereo prima per Addis Abeba e poi per il Sudafrica.

Meraviglie sudafricane

Alla nostra partenza da Città del Capo si presenta subito la Chapmans Peak Drive, spettacolare strada che scende verso il Capo di Buona Speranza lungo la costa dell’Atlantico incastonata fra le pareti rocciose che scendono verticali fino all’oceano regalando paesaggi spettacolari, alternate a distese di spiagge di sabbia bianchissima che fanno risaltare ancor di più il blu. Durante il tramonto le rocce di granito s’infuocano di rosso creando un contrasto di colori spettacolari. Qui è possibile incontrare delle comunità di foche, pinguini, scimmie e struzzi. Questa parte di Oceano Atlantico è ricca di squali e in determinati periodi dell’anno si possono vedere anche le balene. In ogni piccola o grande località è possibile mangiare pesce buonissimo appena pescato. Superato il Capo di Buona Speranza in direzione Gansbaai, città di pescatori affacciata sulla Baia di Walker, attraversiamo per un breve tratto la zona di Stellenbosch, famosa per la produzione di rinomati vini. Dopo essere passati per Cape Agulhas, punto più a sud dell’Africa, ci fermiamo per la notte a Struisbaai, piccola cittadina di fronte all’Oceano Indiano. Percorriamo la Garden Route fino a Jeffreys Bay, dove ci fermiamo a campeggiare per un paio di giorni a due passi dall’oceano. La costa è perlopiù abitata da bianchi di origine olandese, inglese e tedesca, l’architettura degli edifici è molto simile a quella nordeuropea. In alcune delle zone più belle sono state edificate aree residenziali recintate e sorvegliate con all’interno ville lussuose. Risalendo la costa dopo Port Elizabeth, città dove termina la Garden Route, saliamo verso l’interno fino ad Aliwal North, al confine con il Lesotho. Qui si nota già la forte presenza di persone di colore e gli edifici e l’organizzazione urbanistica della città iniziano a rispecchiare la vera cultura africana. La notte ci fermiamo a dormire in un piccolo B&B gestito da una coppia di origine olandese che parlava l’afrikaans. 

Surreale Lesotho

Il giorno seguente ci dirigiamo verso il Lesotho. Le pratiche di dogana sono veloci. La strada per arrivare a Semonkong, meta della giornata, è asfaltata e segue la morfologia di questi luoghi: salite verticali e discese altrettanto verticali. Il paesaggio è surreale, poca vegetazione, le montagne appaiono verdi e sinuose, torrenti ricchi di acqua che scendono fino a valle ci regalano delle emozioni forti, un senso di libertà nel quale ci sentiamo pienamente immersi. Le persone del luogo, tutte di pelle nera, abitano in capanne: sono molto povere e per la maggior parte vivono di allevamento. Alcuni di loro, considerate le basse temperature, si coprono con una tipica coperta di lana chiamata basotho che prende il nome dal principale gruppo etnico del Lesotho. Arriviamo a Semonkong nel pomeriggio: siamo a quasi 2.300 metri di altitudine e l’aria fresca si fa sentire. Il piccolo paese è perlopiù costituito da baracche, qualche edificio ad un piano è stato costruito da associazioni o da istituzioni statali. Visitiamo le cascate Maletsunyane che distano qualche chilometro da Semonkong, ma purtroppo non c’è acqua e lo spettacolo non è proprio quello che ci aspettavamo.

Contrattempi

Rientriamo in Sud Africa e ci fermiamo a Pretoria dove ci aspetta Pauli, titolare della Touratech South Africa. Fortunatamente ci risolve il problema del filtro della benzina che abbiamo riscontrato durante il passaggio in Lesotho e possiamo continuare la nostra strada verso il Botswana. Decidiamo di non andare al Parco del Delta dell’Okawango ma di salire direttamente a Kasane. Purtroppo, nel parco del Chobe vediamo pochi elefanti, tanti coccodrilli, ippopotami, gazzelle, impala e scimmie e nessun leone. Entriamo in Zimbabwe e poi in Zambia e qui ci fermiamo qualche giorno per riposare. Visitiamo le Cascate Vittoria ed andiamo in un villaggio locale, accompagnati da James, il nostro tassista di fiducia. Porto quindi Sabrina in aeroporto: lei rientra in Italia ed io proseguo in solitaria il mio viaggio verso nord. Arrivo nella Repubblica Democratica del Congo. Purtroppo la stagione delle piogge si è prolungata e le strade sono coperte di fango. Ci vorrebbe troppo tempo per attraversarlo, tempo che non ho. Non riesco a raggiungere la località di Ingobokolo, dove con l’associazione Acav di Trento abbiamo realizzato un pozzo per le popolazioni del luogo. Decido di modificare il mio programma e di rientrare in Botswana, attraversare la Namibia e salire dall’Angola per raggiungere Kinshasa. Alla frontiera fra Namibia e Angola altro problema: il visto di entrata è scaduto e non mi fanno entrare. Fortunatamente con l’aiuto di un poliziotto riesco a farlo online e dopo un giorno di attesa posso entrare nel Paese. L’Angola la percorro lungo la costa, dunque mi fermo qualche giorno a Luanda da amici per fare il visto della Costa d’Avorio. Lungo la strada si vedono ancora le carcasse di carri armati risalenti alla guerra civile finita nel 2002. Al confine con l’Rd Congo mi rubano lo zaino con macchina fotografica professionale, telecamera, denaro e altri accessori. Purtroppo sono cose che possono succedere.

Delirio congolese

L’ingresso a Kinshasa è un delirio. Impiego più di un’ora per fare qualche chilometro, il traffico impressionante e lo stato pessimo delle strade non mi consentono di arrivare prima di un paio d’ore alla missione dove mi stanno aspettando i Padri Agostiniani. La stanchezza e la tensione sono quasi al limite ma riesco a raggiungere senza molti problemi la mia destinazione. A Kinshasa acquisto una macchina fotografica, non mi dà le prestazioni di quella rubata ma almeno fa fotografie migliori di un telefono. Nei giorni di sosta ho tempo di riposarmi e di visitare un po’ Kinshasa con padre Erik: lo accompagno da alcune famiglie che si trovano nella periferia della città, una zona dove la povertà è assoluta. Non ho mai visto nulla del genere. Mi fermo qualche giorno per fare il visto del Camerun e passare il Natale. Organizzo il trasporto, mio e della moto, attraverso il fiume Congo per raggiungere Brazzaville, la capitale della Repubblica del Congo. Il giorno della partenza da Kinshasa, caricano la moto su una barchetta dove salgo anch’io e per circa venti minuti ho il cuore in gola, il tempo di attraversare il fiume Congo e poi via verso Loubomo. Il giorno successivo c’è l’attraversamento della frontiera per arrivare in Gabon, una delle strade più impegnative del viaggio. Circa trecento chilometri di sterrato, fango e l’attraversamento di innumerevoli guadi. C’è pochissimo passaggio di mezzi e persone. In più di un’occasione sono in difficoltà e aspetto qualcuno che mi aiuti ad uscire da un guado. Alla fine della giornata, quando ormai è buio e sotto i miei piedi è tornato l’asfalto, tiro un sospiro di sollievo. Il Gabon l’ho attraversato veloce: le strade sono buone e ci sono molte coltivazioni di banane, ananas e ortaggi. Piccolo appunto: in Africa, spesso, oltre a non funzionare bancomat e carte di credito, non accettano neppure i dollari. Per questo ho avuto grandi difficoltà per i rifornimenti di benzina, l’approvvigionamento di viveri e il pagamento dei pedaggi.

Nel cuore del Golfo di Guinea

A Douala, in Camerun, sono ospite di una famiglia locale che avrebbe dovuto aiutarmi anche per l’attraversamento del confine con la Nigeria via mare: fino a qualche mese prima c’era un traghetto, purtroppo affondato portando con sé la vita di molte persone. A quel punto l’unica soluzione è andare a nord, dove c’è la frontiera fra Camerun e Nigeria. Il passaggio, già difficile per la strada tortuosa, è reso pericoloso dalla presenza in quei luoghi dei ribelli dell’Ambazonia, da tempo protagonisti di furti e saccheggi nei villaggi. Attraversato il confine della Nigeria, poi, il pericolo maggiore sarebbe diventato Boko Haram. Dopo qualche giorno di riflessioni e valutazioni decido di partire comunque e per fortuna alla fine è andato tutto bene. Attraversata tutta la Nigeria, una terra con un altissimo tasso di povertà ma dove non ho percepito il pericolo, fra il Benin e il Togo ho la fortuna di vivere a contatto con associazioni di volontariato e missioni che fanno un lavoro immenso per queste popolazioni. Le suore che sono a Kouvè in Togo, appoggiate anche dall’associazione Stella Bianca di Cembra, mandano avanti da sole il più grande ospedale della zona ed accolgono tutti i bisognosi di cure: aiutano le famiglie in difficoltà, gestiscono un reparto di neonatologia e una scuola materna, il tutto senza l’aiuto dello Stato, che in queste zone è inesistente. Dalla Costa d’Avorio salgo in Mali per raggiungere il Senegal.

L’ultimo tratto di strada

Arrivato a Dakar, sapevo che il mio viaggio era praticamente finito. Visito la città nelle zone meno turistiche e il lago Rosa, dove una volta arrivava la famosa Parigi-Dakar. Da Dakar in poi si incrociano motociclisti, camper, viaggiatori in bici. La strada che sale sino a Nouakchott, capitale della Mauritania, è un po’ impegnativa, con sterrati, tratti sabbiosi ed altri asfaltati ma pieni di grosse buche. Da Nouakchott al confine con il Marocco fino a Tangeri la strada è invece molto bella e passa passa perlopiù vicino alla costa: qui si trovano scogliere che alle volte lasciano il posto a spiagge infinite. Dall’altra parte l’immensità del deserto. Arrivato in Spagna con il traghetto che arriva ad Algesiras, mi sento praticamente a casa. Dopo circa 22000 chilometri ho terminato il mio viaggio a Trento, accompagnato da tanti amici che mi sono venuti incontro da Genova, Milano, Verona, Vicenza, Firenze ed altre città del nord e centro Italia.

(testo e foto di Rosario Sala)

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