Il senso degli africani per la fede

di Diego Fiore
Esorcismi
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I monoteismi esportati da europei e arabi hanno potuto diffondersi in Africa grazie alla religione tradizionale, e non malgrado essa. Perché questa non è solo una fede, ma uno «stile di vita». Un gesuita nigeriano invita a ripensare la nostra distorta idea di «animismo», termine da abolire. A meno di non intenderlo come lui fa

Dubito che ci sia un africano che possa pretendere di essere solo e interamente cristiano. Essere cristiani in Africa significa accettare un’identità multietnica e multipolare, è contenere una pluralità di identità. L’universo del significato, o ciò che ho descritto come etnosfera spirituale, è costituito da percorsi che si intersecano di conoscenza e saggezza, immaginazione e coscienza. È la natura del fertile terreno religioso del continente, in cui ogni seme può crescere. Il cristianesimo e l’islam sono semi piantati in questo terreno. Nel corso dei secoli hanno messo radici e prosperato, indubbiamente assieme alla zizzania. Varie discipline accademiche interessate alla crescita della religione in Africa calcolano i frutti di questi semi piantati tanto tempo fa in milioni di convertiti, seguaci e praticanti. Quando i semi crescono, diventando alberi; il frutto viene dalle radici che affondano in questo terreno. Il terreno della religione africana.

Esiste quindi una simbiosi esistenziale tra cristianesimo e religione africana, come tra religione africana e islam. Il risultato di tale simbiosi è la natura del senso religioso degli africani. Sebbene periodicamente criticati dai missionari coloniali e dai moderni evangelizzatori, essi hanno una singolare capacità di scoprire gemme di verità nel loro modo di vivere ancestrale e di trovare nuovi tesori nelle tradizioni religiose che hanno ricevuto.

La stanza delle medicine

Sono cresciuto con mio padre e mia madre che erano seguaci e praticanti di uno stile di vita spirituale. La vita per loro era qualcosa di più di quanto sia immediatamente visibile e tangibile. O, per usare altri termini, ogni singola realtà sembrava intrisa di uno scopo, un senso e un significato. Nulla era superfluo, inutile o insignificante. E molte cose erano riutilizzabili e riciclabili.

La parte più importante della casa in cui sono cresciuto era la «stanza delle medicine». Quel piccolo luogo oscuro era nascosto da un tendaggio di fronde di palma e stipato di figurine, statuette e piccoli altari dedicati a una vasta schiera di dei e dee. Oltre a fungere da pantheon domestico, la stanza ospitava un gran numero di grossi e profondi pentoloni di argilla, in cui sobbollivano continuamente vari intrugli di erbe aromatiche, oltre a una raccolta di bastoni ancestrali, ognuno accuratamente posizionato in un angolo contro il muro, a simboleggiare un antenato fondatore del lignaggio familiare. Avvicinarsi alla stanza delle medicine incuteva una strana sensazione di sacro timore. Non si entrava mai senza essere stati invitati o iniziati. Da bambino la stanza delle medicine mi appariva come uno spazio di energia spirituale concentrata. Era il cuore e il centro di culto della nostra famiglia allargata, e per questo affascinava, intimoriva e, al tempo stesso, era fonte di rinnovamento spirituale.

Il leopardo non si smacchia bagnandosi

Forse sarebbe stato più facile tagliare il legame con quel passato se fosse consistito semplicemente in credenze, dottrine e dogmi sostituibili. Invece, era e continua a essere uno stile di vita. E, per citare un proverbio africano, «per quante volte un leopardo attraversi il fiume, non perderà mai le macchie». Ho resistito e continuo a opporre resistenza alla concezione secondo cui il mio stile di vita africano, radicato nella fede di mio padre e animato dallo spirito di mia madre, non sia altro che una ricerca irrazionale di Dio «nelle ombre e sotto le immagini», per ricorrere a un’espressione negativa del documento del Vaticano II Lumen gentium. Il modo di vivere dei miei genitori si basava su immagini per facilitare l’incontro con un regno del mistero luminoso e tangibile; irradiava energia ed evocava mistero e rispetto, piuttosto che ombre.

Allo stesso modo, non mi sento lacerato fra due tradizioni religiose. E mi rifiuto di accettare l’etichetta di “schizofrenia della fede” o di “doppia mentalità religiosa” che certi teologi regolarmente impongono agli africani (…). È un’esperienza di tensione piuttosto che di divisione, di ispirazione anziché di disperazione. È una ricerca di integrazione e armonia piuttosto che un’esperienza di alienazione e conflitto. Per questa ragione, mi sono di immenso conforto le parole di papa Paolo VI quando afferma che «l’africano, quando diviene cristiano, non rinnega sé stesso, ma riprende gli antichi valori della tradizione “in spirito e verità”».

Non è mia pretesa lasciar intendere che la religione africana sia un’oasi incontaminata di purezza etica. Piuttosto, ritengo che etichettarla per quello che non è distorce e limita l’esperienza religiosa di milioni di persone. Sostengo quindi che la religione africana, esperienza religiosa vitale e immaginario spirituale ancora attivo in molte parti dell’Africa, possieda un vero talento in grado di rinnovare la comunità globale dei credenti.

(Agbonkhianmeghe E. Orobator, “Confessioni un animista”, Emi, 2019)

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