I baci antirazzisti di Marilena Umuhoza Delli

di Stefania Ragusa
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

La maestra puntò la bacchetta sull’immagine di una chitarra acustica. «Chi vuole sillabare questa parola?». Alzai la mano, col sorriso della certezza stampato in faccia. «G-H-I-T-A-R-E. Ghitare». La classe scoppiò  a ridere. «Marilena, in italiano questa è una chiatarra. So che in africano è diverso. Cerca solo di non confondere più le due lingue, va bene?». L’africano raggruppava, a dire della maestra Pennacchia,  le migliaia di lingue e i dialetti che costellavano l’Africa intera. 

Quello che avete appena letto è un estratto di Negretta. Baci Razzisti, l’ultimo libro di Marilena Umuhoza Delli. Madre rwandese, padre bergamasco, Marilena nasce in Abruzzo, cresce a Bergamo e oggi vive con il marito americano a Venezia. Negretta è un romanzo largamente autobiografico costruito attorno a una successione di flash: aneddoti liberamente ispirati alla sua storia personale, che fanno sorridere ma più spesso pensare e provare un po’ di vergogna. I personaggi appaiono nella loro complessità. La madre Chantal, orgogliosa e ostinata, insorge legalmente contro il tentativo di non farla votare da parte del comune di Bergamo, ma è anche strenuamente convinta della superiorità dei bianchi e si impegna allo spasimo per sbiancare la figlia. Il padre è un ex missionario, ha lasciato l’abito talare per sposare una donna africana ma è anche un leghista sfegatato… 

Il libro sta avendo molto successo, ma c’è anche chi ha contestato questa doppiezza dei personaggi, in particolare la madre, che con le sue contraddizioni finirebbe con l’incarnare un modello negativo. «Si tratta invece di una figura complessa che ricalca la realtà. Mia madre era così.  Non ha sopportato che le si negasse il diritto di voto, ma era convinta, una convinzione che si portava dietro dal Rwanda, che la vita sarebbe stata meno dura se fossi stata più bianca. Crescendo ho capito le sue ragioni e, pur non condividendo la sua impostazione mi è stato chiaro che essa nasceva da un intento protettivo. Certo, avrei potuto immaginare un personaggio diverso e sarebbe stato più semplice fare passare un messaggio antirazzista: bianchi oppressori, neri combattivi. Ma il mio intento non era questo».

Qual era il suo intento? «Raccontare una storia simile a quella che ho vissuto io e capire se in essa potessero riconoscersi altre persone della mia età e della mia condizione. In molti effettivamente si stanno riconoscendo e mi dicono di aver vissuto l’infanzia con il medesimo senso di inadeguatezza e spaesamento che ha accomapagnato me, soffrendo per gli atteggiamenti razzisti e discriminatori. Negretta, parola che dà il titolo al romanzo, era il modo in cui venivo comunemente chiamata non solo dai compagni ma anche dagli insegnanti. Baci razzisti, le forme di attenzione che ho spesso ricevuto: erano forme di riconoscimento, ma non esprimevano rispetto. Mia madre mi diceva che dovevo prepararmi a fare di più e meglio degli altri per essere accettata. Il mio intento era anche provare a esprimere anche la complessità. Le narrazioni binarie, buoni di qui, cattivi di là e la linea del colore come spartiacque, sono facili ma non veritiere». 

In Italia però c’è un problema di razzismo. «Assolutamente sì e io l’ho vissuto sulla mai pelle, e ho potuto anche rendermi conto che il razzismo qui ha una sua fenomenologia specifica. Qui non c’è la polizia che spara sui neri, caso mai ci sono violenze generalizzate delle forze dell’ordine che colpiscono tutte le categorie sociali marginali. C’è però una legge, quella sulla cittadinanza, che è anacronistica e discriminatoria. Anacronistica e ostruzionistica. Non solo per il rifiuto di principio dello ius soli, ma anche per i tempi d’attesa estenuanti. Chi è nato e ha risieduto ininterrottamente sul suolo italiano, a 18 anni può presentare domanda di cittadinanza. Ma da quel momento, se tutto va bene, ci vogliono almeno altri quattro anni per concludere l’iter. Quattro anni segnati dall’impossibilità di esercitare il diritto di voto e di muoversi liberamente, tra l’altro in una fase delicata e strategica della vita di un giovane. E ovviamente non è un problema legato al colore. Io, per inciso, non ce l’ho. Sono sempre stata cittadina italiana».

Rispetto agli anni ’80 la situazione è cambiata. O no? «Sicuramente. Ci sono numeri diversi e anche le denunce per episodi di razzismo, in costante aumento, rappresentano un indicatore positivo. Ci dicono che infatti che la consapevolezza sta crescendo, che le persone sempre pià spesso scelgono di opporsi a certi trattamenti con gli strumenti legali disponibili. Non solo, anche tra le persone va diffondendosi l’idea che essere misti, appartenere a più mondi, non rappresenta un handicap ma piuttosto una ricchezza. Quando ero piccola questo aspetto non era affatto preso in considerazione. Anche  mia madre è cambiata: se ieri mi pressava per passare inosservata, oggi mi incoraggia a  scrivere e a fare la mia parte per contribuire al dibattito».

Sul piano culturale, in effetti, c’è un grosso lavoro da fare. «Bisogna attivarsi per creare connessioni, ponti, mescolanze. Scrivere e testimoniare è solo una parte. Ci sono anche altre cose. Sono fotografa e regista; con mio marito, Ian Brennan, che è un produttore musicale, abbiamo lavorato a oltre 30 album per sostenere gli artisti di strada di paesi considerati periferici dall’industria musicale, soprattutto dall’Africa, terra delle mie radici. Abbiamo cominciato dal Rwanda. Poi siamo passati al Malawi, Sud Sudan, Tanzania e ad altri paesi. Tra i vari riconoscimenti internazionali abbiamo ricevuto un Grammy, l’Oscar della musica, nel 2012 per l’album ‘Tassili’ e una nomination nel 2016 per l’album ‘Zomba Prison Project’, registrato in una prigione di massima sicurezza in Malawi (per approfondimenti: www.MarilenaDelli.com). L’impegno antirazzista da parte degli attori della cultura e dell’arte sta effettivamente producendo buoni frutti. Anche in settori come la moda. Io sono molto felice che, per esempio, che la designer di origine haitiana Stella Jean abbia firmato la postfazione del mio libro».

Stella Jean è una stilista affermata. “Reclutarla” è stato complicato? «Sono cresciuta nella quasi assenza di modelli neri positivi, e Stella è per me l’esempio vivente di una donna carismatica e intraprendente, attiva anche nell’impegno sociale. Quando nel 2016 è uscito il mio primo libro (Razzismo all’italiana. Cronache di una mezzosangue, Aracne editore), l’avevo contattata – senza troppa speranza in realtà – per chiederle una frase, un commento in sostegno del mio lavoro da riportare in copertina. Lei ha accettato e lo ha fatto anche stavolta».

Attorno al fenomeno degli scrittori afroitaliani oggi c’è molto interesse. Come la vede? «Mi fa piacere ovviamente e penso che sia un bene, perché c’è tanto da dire. Ma se considero la cosa sul lungo periodo, il mio desiderio è che questo filone presto perda la sua ragion d’essere e scompaia. L’obiettivo degli scrittori afroitaliani dovrebbe essere quello di potere essere considerati scrittori tout e non solo ritenuti rilevanti nel contesto di tematiche legate all’identità e al razzismo». 

(Stefania Ragusa)

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