L’Etiopia si accorge degli eritrei nel Tigray e guarda al mare di Assab

di Tommaso Meo
Tigray

di Michele Vollaro

Tra accuse formali di aggressione e svolte retoriche, la crisi tra Addis Abeba e Asmara si riaccende proiettando il Corno d’Africa in una nuova e pericolosa fase di tensione

Addis Abeba accusa formalmente Asmara di aggressione militare, dopo che la settimana scorsa il premier Abiy Ahmed in un discorso al parlamento ha parlato, per la prima volta, di atrocità compiute dai soldati di eritrei durante la guerra civile. Una manovra narrativa e diplomatica che secondo diversi osservatori sembra voler giustificare la rottura definitiva.

Non sarebbe infatti la sola questione della presenza eritrea in Tigray ad aver rotto l’idillio tra idue Paesi, ma – come ribadito a più riprese dal premier negli ultimi mesi – la “necessità” dell’Etiopia di ottenere uno sbocco al mare. Con quest’improvviso cambio di rotta comunicativo, Abiy ha tolto il velo su anni di silenzi e negazioni, imprimendo una torsione narrativa che mira a spostare una disputa geopolitica su un piano prevalentemente morale e incentrato sul rispetto del diritto internazionale. Pochi giorni dopo questo “terremoto” retorico, la tensione ha trovato nel fine settimana il suo sbocco diplomatico più duro: una lettera ufficiale del ministro degli Esteri di Addis Abeba, Gedion Timothewos, che accusa l’Eritrea di occupazione territoriale e di “aperta aggressione”. Il Corno d’Africa scivola così in una nuova, pericolosa stagione di ostilità, dove i fantasmi della guerra civile tigrina e le rivendicazioni etiopi sullo sbocco al mare si fondono in un’unica, incerta vigilia.

La memoria selettiva del Tigray

Nel suo intervento al Parlamento, il primo ministro etiope ha ricondotto l’origine della frattura non alla propria necessità di ottenere un accesso al mare a scapito dell’Eritrea, ma agli episodi più bui dell’intervento di Asmara durante la guerra civile nel Tigray. Abiy ha citato esplicitamente le esecuzioni di massa di giovani compiute ad Axum, città santa della cristianità etiope, e il “saccheggio industriale” delle fabbriche di Adwa e Adigrat, dove i macchinari sarebbero stati smantellati e trasportati oltre confine. Si tratta di un ribaltamento radicale: per anni il governo federale aveva lodato il ruolo “indispensabile” di Asmara. Tuttavia, la denuncia appare agli osservatori come un’operazione politica tardiva e parziale: i rapporti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani hanno infatti documentato crimini di guerra e contro l’umanità commessi sistematicamente da tutte le parti coinvolte nel conflitto, incluse le forze federali etiopi e le milizie alleate. Ammettere oggi solo le colpe eritree di ieri appare quindi funzionale a isolare moralmente il presidente Isaias Afwerki, presentandolo come il solo traditore di una pace che Addis Abeba oggi rivendica.
Il fronte interno e la morsa regionale

A rendere concreto il clima di ostilità sono però i fatti sul terreno. Il 14 gennaio, la polizia federale etiope ha intercettato a Woldia un camion carico di 57.000 munizioni: secondo Addis Abeba, il materiale bellico proveniva dall’Eritrea ed era destinato alle milizie amhara Fano, un tempo alleate del governo e ora impegnate in una violenta rivolta contro lo Stato centrale. In questo gioco di specchi, Asmara ha risposto definendo le accuse una “false flag”, un pretesto costruito da Abiy per giustificare un’azione militare su Assab, il porto eritreo a soli 75 chilometri dal confine etiope che il premier definisce un “diritto storico” negato.

La tensione si inserisce in un quadro regionale sempre più polarizzato: l’Eritrea ha stretto un asse strategico con l’Egitto, che a dicembre ha firmato un accordo per potenziare proprio il porto di Assab, prevedendo l’arrivo di navi da guerra del Cairo sulla soglia di casa etiope. Per Addis Abeba, vedere ormeggiate le navi della potenza con cui è aperto il contenzioso sulle acque del Nilo trasforma la disputa portuale in una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. In questa nuova “guerra fredda”, le potenze esterne alimentano le fazioni: se gli Emirati Arabi Uniti sostengono le ambizioni logistiche etiopi, la Turchia gioca una partita complessa: Ankara resta il principale fornitore di droni per l’esercito di Abiy, ma è anche diventata il garante della difesa marittima della Somalia, impegnandosi a proteggere le acque di Mogadiscio proprio dalle mire espansionistiche dell’Etiopia.

L’incognita diplomatica

Nonostante il tono ultimativo, la lettera del ministro Timothewos si chiude con un’apertura negoziale, dichiarando la disponibilità di Addis Abeba a discutere di “affari marittimi” e dell’accesso al porto di Assab in cambio del rispetto della propria sovranità. Tuttavia, il passaggio dalle rivendicazioni verbali alle accuse formali di aggressione segna un punto di non ritorno, aumentando ulteriormente il rischio di una “deriva” violenta. Mentre l’Eritrea ordina la mobilitazione nazionale e l’Etiopia schiera truppe verso nord, gli osservatori temono che, in assenza di un accordo, il Corno d’Africa possa scivolare sempre più verso una pericolosa incognita, rischiando di trasformare una disputa portuale nel detonatore di un conflitto regionale che nessuno, una volta iniziato, sarebbe più in grado di fermare

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