Covid-19 e conservazione della natura

di Valentina Milani
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Durante il lockdown generato dalla pandemia da Covid-19 tutto il mondo ha ammirato, commosso e divertito, le immagini dei diversi animali che si riappropriati di spazi solitamente solcati dall’uomo. Una rivincita della natura quasi letta come uno degli effetti positivi del dilagare del virus.

Ma il lockdown, soprattutto in Africa, ha avuto – e sta avendo – un impatto drammatico sulla conservazione della natura: da una parte la riduzione dei finanziamenti dei governi alle aree protette e dall’altra il crollo del turismo in luoghi cruciali per la conservazione della natura, hanno aperto le porte a bracconaggio e altri crimini contro i quali combattono incessantemente i ranger. L’assenza di visitatori e la scarsità di risorse per i controlli rende infatti habitat minacciati e specie in pericolo di estinzione più esposti agli interessi dei bracconieri.

Il WWF ha sottolineato l’importanza del turismo per la protezione degli animali e per la sopravvivenza di alcune comunità: «L’economia del turismo ha permesso di finanziare aree protette, progetti di conservazione e sistemi di economie locali, cruciali per garantire un minimo di benessere alle comunità che contribuiscono alla gestione dei sistemi naturali. In alcuni Paesi, infatti, il turismo dipende quasi esclusivamente dalla natura, soprattutto dalla fauna selvatica (World Bank, 2016): nelle sole aree protette genera annualmente un volume di oltre 850 miliardi di dollari tra spese dirette ed indotto, per quanto ampiamente sottostimato (Balmford et al. 2015). Il crollo dei flussi turistici verso la natura, se da una parte riduce alcune pressioni e disturbi sull’ambiente, dall’altra rischia di far saltare l’economia di molte aree protette che da questi dipendono. A rischiare la bancarotta non sono quindi solo mete iconiche come Venezia, ma anche luoghi a cui è affidata la conservazione di specie e di habitat: parchi nazionali, riserve, santuari, veri e propri patrimoni dell’umanità».

In questa situazione di crisi i ranger sono in prima linea per proteggere la natura anche in zone dove rischiano letteralmente la vita (nel mese di aprile ne sono morti 12 nel parco del Virunga: www.africarivista.it/virunga-national-park-quando-linstabilita-alimenta-i-traffici-illeciti). Sottopagati, lontani dai propri cari per gran parte dell’anno, spesso senza nessun tipo di assicurazione e con attrezzature ridotte, lavorano in condizioni estreme.

Il WWF teme che, la riallocazione del budget e delle risorse da parte dei governi e degli organi di cooperazione di tutto il mondo per affrontare la pandemia, possa avere un drammatico impatto sul lavoro dei ranger, aumentando così il bracconaggio verso specie protette. L’ONG ha constatato come a causa della pandemia ci sia già stata una riduzione del 30% del budget destinato ad alcune specifiche aree protette. Allo stesso tempo le pressioni verso risorse naturali, specie e habitat protetti, è andato crescendo. Durante la pandemia infatti nel mondo si è assistito ad uno spostamento in massa dalle aree urbane a quelle rurali, con un aumento della pressione sui luoghi selvaggi e ricchi di natura. In molte zone rurali dell’Africa, le persone, in mancanza di alternative, utilizzano le risorse naturali per soddisfare i propri bisogni e per combattere la fame: in numerosi Paesi i ranger segnalano il preoccupante aumento delle persone che entrano nelle aree protette per la caccia e per la pesca.

Tutto questo si aggiunge all’azione dei bracconieri veri e propri che, avvantaggiati dalla riduzione dei controlli per il lockdown e dalla scomparsa dei turisti (che hanno comunque un effetto deterrente su bracconaggio e altri crimini di natura), possono intensificare i loro crimini.
Sono state già registrate drammatiche segnalazioni, dentro e fuori da aree protette, fra queste il bracconaggio di rinoceronti in Sud Africa o traffici di pangolini dall’Africa all’Asia.

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