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di Francesco Piacitelli – Centro Studi Amistades
Dal Darfur al Mar Rosso, il conflitto in Sudan ĆØ il risultato di anni di ingerenze straniere, rivalitĆ militari e lotte per il controllo delle risorse. Dopo la nuova proposta di tregua, ecco un’analisi che ricostruisce le cause profonde e gli attori nascosti dietro una delle guerre più sanguinose e dimenticate del mondo.
Il Sudan, paese centrafricano, porta i segni di una lunga storia di instabilitĆ politica, divisioni interne e conflitti armati. Dopo decenni di dominio autoritario sotto la guida del presidente-dittatore Omar al-Bashir, rovesciato nel 2019 da una serie di proteste popolari, il Paese ha intrapreso un incerto processo di transizione verso un governo civile.
Tuttavia, la caduta del regime non portò alla stabilitĆ sperata. La transizione politica ĆØ fallita a causa della fragilitĆ istituzionale, lāassenza di un apparato securitario unificato e la competizione tra le diverse fazioni militari. Il Paese ĆØ fortemente frammentato in due poli di potere principali: da un lato quello della Sudanese Armed Forces (SAF), guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan, eredi dellāapparato militare statale; dallāaltro le Rapid Support Forces (RSF), sotto il comando di Mohamed Hamdan Dagalo, noto come āHemedtiā, erede delle milizie Janjaweed, protagoniste delle atrocitĆ in Darfur negli anni 2000. Il 15 aprile 2023, le tensioni latenti esplosero apertamente in violenti scontri armati tra SAF e RSF per il controllo dello Stato, dando avvio a una guerra civile che ha devastato il Paese. Le cause strutturali della guerra affondano le radici nelle profonde disuguaglianze economiche, nella marginalizzazione delle regioni periferiche, la competizione per il controllo di risorse strategiche (es. agricole, idriche e minerarie) e la storica frattura tra centro e periferia, aggravate da istituzioni deboli ed unāeconomia in forte crisi. Ad oggi, il conflitto ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie contemporanee: oltre 30,4 milioni di persone necessitano urgentemente di assistenza umanitaria, con quasi 12,9 milioni di sfollati, di cui circa 3 milioni fuggiti in Paesi confinanti come Egitto, Ciad, Sud Sudan.

La guerra in Sudan non ĆØ un conflitto isolato, ma si colloca allāinterno di un complesso sistema di rivalitĆ e interessi regionali e globali. Numerosi attori esterni regionali e globali hanno assunto un ruolo, diretto o indiretto, fornendo sostegno politico, economico o militare alle fazioni in lotta. Queste ingerenze hanno contribuito non solo a prolungare la guerra, ma anche a modificarne la natura, trasformandola in un conflitto multinazionale. Cartina di tornasole di un panorama internazionale sempre più fortemente multipolare.
A differenza del ruolo di mediazione esercitato finora dallāArabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti (EAU) si muovono in Sudan con una strategia molto meno trasparente ma decisamente più assertiva. Gli Emirati sono spesso indicati come principali sostenitori delle RSF, alla quale forniscono armi, fondi e supporto logistico attraverso il confine con il Ciad (supporto che le RSF ripagano fornendo miliziani alla coalizione militare saudita-emiratina in Yemen contro i ribelli Houthi). Tale alleanza si spiega con gli interessi di Abu Dhabi nel settore aurifero sudanese e con la volontĆ di esercitare influenza sul Mar Rosso, area di grande importanza strategica per il commercio globale e la sicurezza regionale. Sul fronte opposto abbiamo lāEgitto schierato con lāesercito regolare (SAF). Il Cairo teme che un indebolimento di al-Burhan possa destabilizzare la regione del Nilo (il Sudan ĆØ parte attiva e sino ad ora alleato egiziano nella controversia con lāEtiopia per la Diga del Rinascimento Etiope (GERD)) e rafforzare milizie islamiste o forze incontrollabili al confine sud (una forza civile che ripercorre i passi delle Primavere arabe ĆØ fortemente osteggiata dal governo egiziano).
LāIran, dopo anni di distanza diplomatica da Khartoum, ha riallacciato i rapporti con il governo sudanese nel 2024, offrendo supporto tecnico e assistenza militare alle forze armate regolari (SAF). Questa scelta si inserisce nella strategia di Teheran volta a rafforzare il proprio asse geopolitico nel Mar Rosso, in funzione antioccidentale e per contrastare lāinfluenza saudita e israeliana nella regione. Il rinnovato dialogo tra i due Paesi ha portato alla consegna di droni da ricognizione e armamenti leggeri, contribuendo a riequilibrare i rapporti di forza tra le fazioni in guerra e a consolidare la posizione del generale al-Burhan.

La Turchia, invece, mantiene un approccio più pragmatico ma non privo di ambizioni. Ankara ha interessi economici e infrastrutturali in Sudan sin da prima del conflitto, in particolare nel settore portuale e nella logistica lungo la costa del Mar Rosso. Pur evitando un coinvolgimento militare diretto, la Turchia mira a preservare le proprie concessioni economiche e ad ampliare la sua influenza commerciale e politica nel Corno dāAfrica, area considerata cruciale per la sua proiezione africana. Nel medio periodo, Ankara vede nel Sudan un nodo strategico per contrastare la crescente influenza di Russia e Cina nella regione, mantenendo al contempo canali aperti con entrambe le parti del conflitto per garantirsi margini di manovra diplomatici e commerciali.
Anche altri attori globali, però, sono coinvolti ed interessati alle vicende sudanesi, anche alla luce della posizione geografica strategicamente fondamentale per il controllo del Mar Rosso. La Russia, attraverso lāex gruppo Wagner, ora Africa Corps, ha da tempo interessi in Sudan, specialmente nel settore aurifero e nella possibile creazione di una base navale sul Mar Rosso. Lāapporto di Mosca, al netto della presenza militare effettiva, si ĆØ sostanziato in un apporto in termini di armamenti e di intelligence a diverse fazioni e milizie, soprattutto alla SAF. Gli Stati Uniti, dāaltro canto, si sono interessati al caso sudanese in ritardo e in maniera a dir poco tiepida. La presenza russa o cinese nella regione, però, rischia di aggravare lāinstabilitĆ regionale, alimentare la competizione geopolitica e indebolire lāarchitettura di sicurezza marittima di Washington e dei suoi alleati lungo un corridoio commerciale globale strategico. La Cina, infine, pur essendo un partner commerciale di di primo piano per il Sudan (gli investimenti cinesi hanno raggiunto i 3 miliardi di dollari nei giacimenti petroliferi e negli oleodotti che trasportano il greggio dal nord del Sudan fino a Port Sudan), ha mantenuto la sua tradizionale politica di non interferenza negli affari interni, preservando cosƬ relazioni stabili con entrambe le parti in Sudan. Questa posizione riflette la volontĆ di Pechino di restare un attore centrale nella fase di ricostruzione post-conflitto e di consolidare il proprio ruolo guida nel commercio regionale.

Ad oggi, il conflitto in Sudan appare ben lontano da una soluzione. La frammentazione del potere, lāassenza di istituzioni funzionanti e la crescente ingerenza straniera rendono estremamente difficile qualsiasi prospettiva di pacificazione a breve termine. Il rischio più concreto ĆØ la āsomalizzazioneā del Paese: la disgregazione del potere centrale e la proliferazione di signori della guerra locali che esercitano un controllo de facto su porzioni di territorio.
Lāimpatto umanitario ĆØ devastante. Secondo le stime più recenti, oltre undici milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case, mentre più di trenta milioni necessitano di aiuti umanitari urgenti. La carestia, le epidemie e la distruzione delle infrastrutture di base aggravano ulteriormente la crisi. Senza un intervento internazionale coordinato e neutrale, il Sudan rischia di diventare un epicentro di instabilitĆ per lāintero Corno dāAfrica e per la regione del Sahel. Le prospettive di uscita dal conflitto dipendono in larga misura dalla capacitĆ della comunitĆ internazionale di promuovere un cessate il fuoco garantito da attori terzi e accompagnato da un piano di transizione politica realistico. Tale piano dovrebbe includere la riforma del settore della sicurezza, con la progressiva integrazione o smobilitazione delle RSF, la ricostruzione delle istituzioni civili e un processo di giustizia transizionale per le gravi violazioni dei diritti umani commesse da entrambe le parti. Tuttavia, qualsiasi iniziativa diplomatica sarĆ inefficace se non si affronta la dimensione economica e geopolitica del conflitto: lāafflusso di armi, lāinteresse delle potenze regionali per le risorse sudanesi e la competizione per il controllo del Mar Rosso continueranno a sabotare ogni tentativo di pace. Per questo motivo, lāunica via percorribile ĆØ un approccio multilivello che combini pressione internazionale, sanzioni mirate contro i responsabili delle violenze e un forte sostegno umanitario alla popolazione civile.

In conclusione, la guerra in Sudan rappresenta oggi uno dei conflitti più gravi e dimenticati al mondo: un intreccio di rivalità interne e interessi esterni che minaccia di distruggere definitivamente la fragile identità nazionale del Paese. Solo una soluzione politica inclusiva, sostenuta da un reale consenso internazionale e da una chiara volontà delle parti sudanesi di superare la logica della forza, potrà aprire uno spiraglio verso la pace e la ricostruzione.


