Capo Verde, il giallo della morte di un cooperante

di Diego Fiore
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Fra i tanti ricordi che Alessandra Solazzo ha di suo fratello David ci sono le scampagnate fatte con il loro papà nei boschi fuori Firenze. «Infilavamo gli scarponcini e andavamo a raccogliere asparagi, castagne, funghi – racconta – credo che il rispetto per l’ambiente David l’abbia sviluppato proprio lì con quelle passeggiate». David aveva 31 anni ed è morto la notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2019 in un appartamento di Fogo, una delle isole dell’arcipelago di Capo Verde. Lavorava come cooperante per il Cospe, una ong di Firenze attiva in tutto il mondo. È passato più di un anno dalla sua morte e le indagini aperte dalla magistratura locale sono in stallo. Da un anno gli avvocati capoverdiani ripetono la stessa frase: «Bisogna aspettare», ma la famiglia, stanca di vivere in questo limbo, a maggio ha scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, perché intervenga e sia fatta luce sulla vicenda. Ad oggi, due mesi dopo quella lettera, la famiglia non ha ricevuto ancora risposta.

La sua passione

David era un agronomo esploratore, amava la terra e la natura toscane ma era anche curioso di scoprire e capire le vite e le esperienze di popoli lontani da lui. Così si era specializzato sulle piante tropicali e subtropicali ed è partito per l’Angola per lavorare con la tribù dei Mucubal che vive nel sud al confine con la Namibia. «Adorava il collegamento strettissimo che quella popolazione ha con la terra – spiega Matteo Tonini, capo del progetto Fao dove David lavorava – il rispetto per gli animali. Tutta la loro vita è legata alla terra, agli animali, alle piante medicinali e hanno un profondo rispetto per la natura perché ne dipende della loro vita. Credo che David amasse proprio questo».

Indagini in corso

Dopo 5 anni in Angola David va a Capo Verde con un contratto di sei mesi per seguire un progetto che il Cospe aveva attivato con i contadini locali. Due giorni prima di tornare in Italia il suo corpo viene trovato nel suo appartamento a Fogo. In quell’appartamento, sui pavimenti, sulle pareti c’è ancora il sangue di David che la famiglia da un anno preserva, pagando ancora l’affitto che pagava lui, nella speranza che un giorno non troppo lontano, qualcuno possa far intervenire la polizia scientifica per fare i rilievi in quella casa, che ad oggi ancora non sono stati fatti. La procura di Roma ha aperto un inchiesta per omicidio colposo, ma le rogatorie inviate a Capo Verde ormai lo scorso autunno sono cadute nel vuoto. «L’unica cosa che la polizia capoverdiana ci ha detto è che è stato un incidente domestico – spiega Alessandra Solazzo, sorella di David – ma se è così perché le indagini sono ancora aperte? Perché non ci restituiscono il computer e il telefonino di David? E soprattutto perché nel settembre 2019, dopo mesi dalla sua morte, il profilo WhatsApp di David è stato disattivato? È stato davvero un incidente o c’è stata un aggressione?». La famiglia pone da mesi queste domande alle autorità capoverdiane ma finora non ha avuto risposte.

L’ultimo giorno

L’ultimo giorno di vita di David è fissato nelle menti dei familiari come un quadro ed è lì, nei racconti di chi era con lui quella sera, che chi lo amava cerca un dettaglio, uno spiraglio che possa dare risposta alla miriade di interrogativi che circondano la sua morte. Era festa quella sera a Fogo. Migliaia di persone inondavano le strade per il Festival di San Filipe, una festa nazionale molto sentita dai capoverdiani che tornano apposta dall’estero e si spostano dalle isole vicine a bordo di barchini, affollando le stradine di quest’isola. I gruppi di capoverdiani si spostano di bar in bar, c’è musica dovunque, tanta folla, ogni anno si registrano piccoli episodi criminali per mano di banditi che approfittano della confusione per derubare i passanti. David quella sera va a cena con alcuni colleghi cooperanti e la responsabile del suo progetto. Poi a tarda notte torna a casa. Il suo appartamento è all’interno di una palazzina di tre piani nel centro di Fogo. Il portone di ingresso ha accanto una finestra che dà luce e aria alle scale. Dopo la prima rampa c’è la porta di casa di David. Il giorno dopo alcuni amici non sentendolo vanno a casa sua e lo trovano morto in bagno. Il suo sangue è dovunque, attorno a lui, nell’appartamento, ma anche sulle scale e sui muri della rampa. Ci sono segni di gocciolamento dall’ingresso. Il vetro accanto accanto al portone che dà sulla strada è infranto. L’autopsia ha stabilito che David è morto dissanguato a causa di una ferita al gomito che gli ha reciso un’arteria. La polizia capoverdiana sostiene che avesse dimenticato le chiavi e per questo David avesse rotto il vetro ferendosi.

Conti che non tornano

«In questa ricostruzione c’è qualcosa che non torna – afferma Giovanni Conticelli, legale della famiglia Solazzo – i vetri sono stati trovati all’esterno e questo fa pensare che siano stati rotti dall’interno e le chiavi sono state trovate attaccate alla porta. Non sappiamo cosa è accaduto. Forse qualcuno l’ha seguito fin dentro il portone per rapinarlo? C’è stata una lite? Davvero è scivolato dalle scale finendo su quel vetro? O è stato un omicidio premeditato?». I colleghi e gli amici di David hanno raccontato che non aveva nemici. «Quando fai il cooperante può capitare che a volte tocchi gli interessi di qualcuno potente – prosegue Tonini – ma a Capo Verde il suo era un progetto tranquillo. Aiutava gli agricoltori a promuovere al meglio i loro prodotti locali, a creare degli agriturismi che avrebbero potuto inserirsi nello sviluppo turistico del territorio, non aveva nemici lì». In attesa che questi interrogativi trovino una risposta, la famiglia non smette di chiedere che sia fatta giustizia e ha chiesto a Mattarella di intervenire anche con le autorità capoverdiane, «affinché – hanno scritto nella lettera – la morte di David possa trovare delle risposte serie e non rimanga un’altra pagina vuota che si aggiunge a quelle di numerosi altri giovani ragazzi tragicamente scomparsi all’estero mentre svolgevano il proprio lavoro e le proprie ricerche».

(Antonella Palmieri)

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