Biennale Cinema 2018: la 75° Mostra Internazionale di cinema

di Matteo Merletto
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Inaugura oggi al Lido di Venezia, Biennale Cinema 2018 la 75° Mostra Internazionale di cinema che come altri grandi festival “vuole favorire la conoscenza e la diffusione del cinema internazionale in tutte le sue forme di arte, di spettacolo e di industria, in uno spirito di libertà e di dialogo. Oltre alle sezioni menzionate nei paragrafi seguenti, la Mostra organizza retrospettive e omaggi a personalità di rilievo, come contributo a una migliore conoscenza della storia del cinema.”

Scorrendo il programma si ha l’impressione che ancora una volta l’Africa, Diaspora inclusa, sia stata cancellata dalla mappa cinematografica. Nel concorso e nelle sezioni parallele non ci sono film di registi africani.

Solo la Settimana Internazionale della Critica, sezione autonoma e parallela organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani e dedicata alle opere prime, presenta due titoli africani: aKasha del regista sudanese Hajooj Kuka che attraverso la rocambolesca fuga di tre ragazzi indaga vita e ideologie delle zone del Sudan occupate dai ribelli e Dachra del tunisino Abdelhamid Bouchnak che si diletta con il genere horror.

Nelle Giurie, l’Africa è rappresentata dallo sceneggiatore e produttore egiziano Mohamed Hefzy per Giuria Orizzonti e da Kaouther Ben Hania , regista di La Bella e le Bestie, nella Giuria Premio Venezia, Opera prima Dino De Laurentis.

Si parla di Africa nella sezione dedicata al Virtual reality: Even in the Rain di Lindsay Branham è una biografia in VR di Guillaume Ngbowesse, un uomo di fede islamica ritratto durante la guerra civile nella Repubblica Centrafricana. L’opera è al centro di uno studio socio-psicologico, finanziato da Google e dall’Università di Cambridge, per indagare l’efficacia della realtà virtuale nel ridurre i pregiudizi verso la minoranza musulmana della Repubblica Centrafricana.

Sulla Diaspora segnaliamo dal Concorso What You Gonna Do When The World’s On Fire? il nuovo film di Minervini che immergendosi nella lotta per la sopravvivenza di una comunità nera del Sud americano propone una scottante riflessione sul concetto di razza in America. E dalle Giornate degli Autori Joy un film sulla tratta delle nigeriane della regista Sudabeh Mortezai.

Buone notizie arrivano però da Final cut progetto che offre un supporto al completamento di film provenienti da tutti i paesi africani e da Iraq, Giordania, Libano, Palestina, Siria che quest’anno ha selezionato tre lungometraggi (Certified Mail (Egitto) di Hisham Saqr, Haifa Street (Iraq, Qatar) di Mohanad Hayal,Mother, I am suffocating. This is my last film about you (Lesotho, Germania) di Lemohang Jeremiah Mosse) e tre documentari (Movement (Marocco) di Nadir Bouhmouch, Untamed (Sudafrica, Zambia) di Simon Wood,The Waiting Bench (Francia, Chad, Germania) di Suhaib Gasmelbari).

(Simona Cella)

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