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Edizione del 24/08/2026

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Rivista Africa
La rivista del continente vero
Autore

claudia

claudia

    peul
    CONTINENTE VERO

    Peul, orgoglio e pregiudizio

    di claudia 19 Marzo 2022
    Scritto da claudia

    di Alberto Salza

    Un popolo di pastori musulmani è accusato di seminare il terrore nel Sahel, ma la realtà è più complessa. L’aumento della popolazione e la crisi climatica nella regione saheliana hanno acuito le tensioni per il controllo delle risorse, terre e fonti d’acqua. Il delicato rapporto tra agricoltori e allevatori si è spezzato, innescando violenze che i jihadisti hanno trasformato in guerre fratricide

    Nel villaggio di Ireli, nella terra dei Dogon, in Mali, si vedeva quasi niente per via del polverone sollevato delle maschere danzanti. Come nel taglio di una tela di Fontana, la cortina di sabbia si aprì e apparve la pullo yana, la “ragazza del figlio della boscaglia”. Il danzatore (un maschio) aveva seni conici finti, sostenuti da una sorta di reggiseno ornato di cauri. Sulla testa, una grande cresta, mentre il viso era celato da una cascata di perline e conchiglie. Talvolta la maschera crollava a terra, fingeva di essere stanca o ferita e, tra le risate del pubblico in delirio, invocava aiuto per rialzarsi. Con atteggiamento civettuolo, il busto sporto in avanti, la finta fanciulla proseguiva voltando la testa a destra e sinistra, mentre le braccia operavano movimenti paralleli come a donare al pubblico gli oggetti tenuti in mano: un sonaglio e una sorta di ventaglio.

    Benché ci trovassimo in una comunità dogon, la maschera si rivolgeva agli spettatori storpiando il fulfulde, la lingua dei Peul, così detti alla francese, noti agli anglosassoni come Fulani. Loro si definiscono FulBe. Si tratta di pastori nomadi, che allevano vacche in tutto il Sahel, fascia di territorio tra deserto e savana che va dal Senegal al Camerun. La raffigurazione che i Dogon danno di questo popolo attraverso la maschera pullo yana è quella di gente ricca (i cauri sono stati moneta corrente nell’area) e di bell’aspetto (le ragazze peul sono molto ambite per la bellezza, se non per l’operosità), ma pigra, debole e, letteralmente, svenevole.

    Un gruppo di ragazze Fulani frequenta le lezioni della giornata all’interno di un’aula presso la Wuro Fulbe Nomadic School nella riserva di pascolo di Kacha per i Fulani, Stato di Kaduna, Nigeria (Foto di Luis TATO / AFP)

    Risorse contese

    Si tratta della consueta “disumanizzazione dell’altro”. Secondo il mito, i Peul sono nemici “ereditari” dei Dogon. Questi, profughi da ovest per sfuggire ai colonizzatori islamici, usano l’ironia delle mascherate per proteggersi dagli spiriti dei Peul uccisi. I continui attriti fra Dogon e Peul sono cosa antica e derivano dalla frizione tipica tra agricoltori e pastori. Sottolineo che i due sistemi di sfruttamento della savana sono in realtà complementari: gli agricoltori su risorse concentrate ad alta resa alimentare, i pastori su risorse a bassa densità e scarso valore nutritizio. Di conseguenza i Dogon sono stanziali, mentre i Peul non possono che essere nomadi, con le vacche a fungere da macchine mobili per la trasformazione dell’erba in proteine.

    Entrambi i sistemi sono sensibili alle carestie, ma in modo differente. Mentre gli agricoltori possono contare sull’accumulo protetto nei granai, il bestiame è soggetto a morte rapida nonostante la combinazione di selezione genetica e culturale che ha portato le vacche dei Peul a essere resistenti e resilienti al contempo.

    Un ragazzo Hausa-Fulani in piedi mentre il suo bestiame pascola vicino ad alcune fattorie alla periferia di Sokoto, (Photo by Luis TATO / AFP)

    Guerra agli infedeli

    Tutti i pastori africani, Peul inclusi, mi hanno ripetuto il mantra «se il bestiame non cresce, decresce». È la dura legge economica del capitalismo, parola che origina da “capo di bestiame”. Un secondo grado di separazione è dato dalla religione: per un agricoltore dogon, la terra contiene ogni principio vitale; per un nomade peul il dio unico è imperativo come la bussola nell’orizzonte circolare del nomade: tutti i monoteismi hanno origine nel deserto. Infatti Maometto afferma: «Nessun uomo che non sia stato pastore diventerà profeta». Non stupisce, pertanto, la conversione fanatica dei Peul all’islamismo: fu un leader peul, Usman dan Fodio, a scatenare nel 1802 un jihad che infiammò il Sahel a partire dal Camerun, diffondendo l’islamizzazione forzata verso est e fondando nel 1809 un califfato con due capitali, Gwandu e Sokoto. A fil di spada, la cavalleria peul diffuse l’islam tra gli habbe, i pagani. Quando chiesi la strada per i villaggi dogon, agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso, nessuno riconobbe la parola. Poi un Peul, disse: «Ah, gli habbe! Ottimi coltivatori di cipolle. Per di là». Oggi il califfato si chiama Boko Haram, e Dogon e Peul sono diventati parte di una guerra che ha già fatto migliaia di vittime e oltre due milioni di profughi (vedi Marco Aime, “L’equilibrio spezzato dei Dogon”, in Africa 1/2020).

    Nel Mali centrale, il termine “jihadista” è diventato sinonimo di “Peul armato”, con conseguenti rappresaglie da parte di agricoltori e cacciatori: la contro-milizia armata Dan Na Ambassagou ha un nome che significa, in lingua dogon, “i cacciatori che confidano in Dio”. Come sempre, Gott mit uns (Dio con noi).

    La vera posta in gioco

    Se nella mascherata a Ireli abbiamo intravisto la percezione ironicamente negativa che gli agricoltori hanno dei pastori, questo conflitto sanguinoso va considerato anche dal punto di vista dei Peul. A causa della guerra, le grandi mandrie e i cappelli conici dei Peul sono scomparsi dal paesaggio. Le fiere in cui si scambiavano i prodotti dei due sistemi economici non si tengono più. I legami simbiotici che collegavano per generazioni famiglie peul e dogon sono totalmente spezzati, con danno per entrambe le popolazioni.

    Célian Macé ha raccolto per Libération le voci delle vittime peul. Umaru Barry, di 46 anni, dice: «La disgrazia l’abbiamo sentita arrivare poco a poco. Uccisioni e furti di bestiame sono divenuti abituali, prima nella brousse e poi negli accampamenti. Così siamo scappati». Umaru si è salvato tra i profughi nel campo di Sévaré, ma ha perso tutto il capitale: 40 vacche e un centinaio di capre, con cui manteneva tre mogli e sedici figli. Anche Bureima Tall, che aveva una latteria a Bankass, città a maggioranza dogon, è oggi un profugo accampato accanto al mercato del bestiame di Bamako, come molti altri Peul. «Con l’aumento di popolazione e la crisi climatica, qui tutti cercano spazio – dice –. Il jihadismo non c’entra, ci si batte per la terra: o il campo o il pascolo».

    Un nome, tanti popoli

    Noi abbiamo una visione monolitica, al contempo negativa e idealizzata, del nomade (in politica è una parola derogatoria). Gli etnologi commettono l’errore di storicizzare le popolazioni umane. Descrivere i Peul come “pastori nomadi di savana” ha poco senso: occorre descrivere quale gruppo, chi, come e quando. I pastori africani, infatti, per adeguarsi alle pressioni della modernità stanno evolvendo: a seconda delle circostanze, diventano agricoltori sedentari, nomadi stagionali, trasportatori, commercianti, lavoratori salariati, profughi ambientali ed economici, oltre che razziatori.

    La mia permanenza tra i Peul è datata, ma già all’epoca i Peul si dividevano in due sottoinsiemi. Da una parte i TooroBe, uomini di potere che fanno derivare la loro origine dal clan di dan Fodio, “il circoncisore” jihadista. Accanto a loro, nelle città del Sahel, si incontravano i FulBe siire, inurbati e sedentari, disprezzati dai “veri nomadi”. Questi erano a loro volta suddivisi in due: i FulBe na’i (“Peul delle vacche”) e i Bororo, “quelli del toro bruno”. I primi avevano poco bestiame ed erano parzialmente agricoltori; i Bororo, o WoDaaBe, ancora oggi hanno come strategia di sopravvivenza la pastorizia nomade a largo raggio. E sono ovviamente i più sotto pressione a causa di densità abitativa e riduzione del pascolo.

    Latte e miglio

    Per i nomadi, tempo e spazio sono sinonimi, come per Einstein. Così, Ireli si trova a qualche ora di marcia a sud di Sanga, ma non so a che distanza. Il villaggio è alla base della falesia di Bandiagara, la cesura geologica, fisica e culturale che divide il mondo dogon del miglio da quello peul del latte. Ricordate il sonaglio e il ventaglio in mano alla pullo yana? In realtà il secondo è il coperchio in vimini del contenitore del latte, mentre il primo è una scatoletta piena di semi e monete, i frutti dell’agricoltura (miglio dai Dogon ai Peul) e i ricavi dell’allevamento (latte dai Peul ai Dogon). Il tutto è legato da una corda, la cui fibra viene dalla brousse, la boscaglia dove di notte volano gli stregoni, credeteci o no.

    A rompere la scatoletta, come si fa con il porcellino salvadanaio o il vaso di Pandora, si scatena la guerra del latte contro il miglio: la lotta per le proteine e, ancor di più per il grasso. Gli islamici hanno avuto un problema con il latte fin dal principio. Come scrive Ali Kafi nel Kitab al hujjah, alla nascita di Maometto la madre Amina rimase senza latte. Così, suo zio Abu Talib si attaccò l’infante al seno e Allah, miracolosamente, da lì fece sgorgare il latte. Per converso, gli agricoltori del Sahel hanno accesso alle proteine solo tramite il latte dei pastori o la caccia. Talune comunità hanno selezionato boschetti protetti dove cresce il karité, i cui frutti producono un burro simile al grasso animale per qualità nutritizie. Questa è la deliberata strategia dalle popolazioni senza bestiame del Mali, mentre è trascurata dai Dogon che da sempre hanno una relazione di reciprocità (latte per miglio o soldi) con i Peul. La danza della pullo yana si è però fermata, per entrambi. Così sentenzia un proverbio peul: «Quando una madre ha due gemelli, deve dormire sul dorso».

    Questo articolo è uscito sul numero 5/2021 della rivista. Per acquistare una copia clicca qui, o visita l‘e-shop

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    19 Marzo 2022 0 commentI
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