A. Sinopoli ▸ Tutti a lezione di mandarino!

di Pier Maria Mazzola

Nel 2020 in Kenya si comincerà a studiare il cinese fin dalla scuola primaria. In Uganda e Sudafrica il mandarino è già tra le materie d’insegnamento. Alle storiche lingue coloniali si aggiunge ora la nuova lingua degli affari. Che fine farà il già scarso insegnamento delle lingue madri?

Attraverso la lingua passano messaggi che non stanno semplicemente nel significato della parola. La lingua parlata veicola messaggi politici, le forze sociali ed economiche in atto, persino le ambizioni di supremazia. Soprattutto quando non si tratta di una lingua scelta ma imposta.

Prendiamo il cinese. Il cinese in Africa. Anzi, il mandarino. La presenza massiccia e rampante di investitori cinesi nei Paesi africani, di imprese impegnate in tutti quei settori delle infrastrutture che stanno cambiando velocemente il volto del continente, e l’alternarsi continuo di visite di Ceo e capi di Stato per rinsaldare accordi economici e commerciali e programmarne degli altri, mostrano che è ormai la Cina l’interlocutore privilegiato in Africa.

Ma, si sa, è attraverso la condivisione della cultura, dei valori, che si crea il legame più stretto, indissolubile. Non a caso sono le lingue dei “Paesi civilizzati” prima e “ricchi e avanzati” poi, a essersi imposte – con la forza non della persuasione ma della conditio sine qua non –ai Paesi assoggettati, conquistati, colonizzati. Non dimentichiamo che in Africa i bambini imparano a scuola non attraverso la madrelingua ma utilizzando una lingua “estera”. E dove la madrelingua è, casomai, materia di studio. Come si sa, le forze in gioco stanno cambiando, anzi sono già cambiate. Certo, inglese, francese, portoghese rimangono le lingue ufficiali dei Paesi africani, retaggio mai cancellato delle ex colonie. Ma la rivoluzione culturale è già in corso e se non si vuole restare fuori dai processi di cambiamento in atto, in questa rivoluzione bisogna entrarci. Come? Imparando il cinese, appunto.

Già nel 2014 in Sudafrica sono stati avviati piani scolastici con il mandarino tra le materie di insegnamento. Cosa che, al tempo, fu ampiamente criticata da uno dei sindacati di categoria, la South African Democratic Teachers’ Union (Sadtu), che parlò del programma come dell’«equivalente di una nuova forma di colonizzazione».

Lo scorso anno è stata la volta dell’Uganda, con l’avvio dell’insegnamento del mandarino in 35 scuole secondarie, impegnando altrettanti insegnanti madrelingua. E il progetto, nonostante le critiche, si va estendendo ad altre scuole.

Dal 2020 saranno i giovani studenti kenyoti che dovranno fare i conti con la nuova materia, il mandarino appunto. E in questo caso le lezioni cominceranno a partire dalla quarta classe della primary school, vale a dire la scuola elementare. Per quella data dovrebbero essere pronti i libri scolastici e adattato il programma di studio.

Gli obiettivi – anche in questo caso – sono molteplici: allargare la conoscenza delle lingue verso altri confini, rendere ancora più competitivi gli scambi e gli accordi economico-commerciali tra i due Paesi, attrarre più turismo e non solo affari.

«Il mandarino non può più essere ignorato in Kenya poiché è una delle lingue più parlate e diffuse nel mondo», ha detto Julius Jwan, amministratore delegato del Kenya Institute of Curriculum Development (Kicd).

A queste si affiancano altre iniziative, sia di aziende private che vogliono aggiornare le competenze dei propri impiegati (e imparare il cinese agevola notevolmente le relazioni e le transazioni economiche), sia del settore statale. In Ghana, per esempio, gli impiegati negli uffici dell’Immigrazione (dunque anche quelli che lavorano in aeroporto) sono chiamati a seguire corsi di cinese.

E i costi? I dirigenti cinesi hanno pensato anche a questo. Pare che ognuno degli accordi siglati per elaborare i piani di studio e la distribuzione dei libri preveda la copertura economica da parte delle istituzioni cinesi. Purché si impari la lingua.

Intanto, negli anni, è aumentato anche il numero degli Istituti culturali in Africa, il primo dei quali – il Confucius Institute – fu inaugurato all’Università di Nairobi nel 2005. Molti altri ne sono seguiti da allora.

Una presenza ingombrante, quella della Cina – dicono in molti –, che rischia, attraverso la questione linguistica, di togliere ancora più spazio all’approfondimento delle proprie culture e delle proprie lingue madri. In Africa si parlano tra i 1500 e i 2000 idiomi, ma nelle scuole ne vengono parlati e insegnati solo 200, come ricorda un rapporto di qualche anno fa a cura dell’Unesco e dell’Associazione per lo sviluppo e l’educazione in Africa. Con il tempo scompariranno anche questi?


Antonella Sinopoli. Giornalista professionista e videomaker, è cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. Scrive di Africa anche su Ghanaway. Ha fondato il progetto AfroWomenPoetry con l’obiettivo di dare spazio e voce alle donne poete africane. Vive tra il Ghana e l’Italia.

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