L’allarme degli esperti sull’impatto delle nuove tecnologie nei conflitti africani e sulle strategie per manipolare l’opinione pubblica
di Andrea Spinelli Bariile
L’intelligenza artificiale ha un ruolo sempre più importante nel grande conflitto nel Sahel, una tecnologia adottata e usata con sempre più maestria da tutti gli attori sul campo di battaglia che sta cambiando, spesso drammaticamente, il modo in cui si fa la guerra.
È quanto emerge dal rapporto del Timbuktu Institute “Algoritmi di guerra”, appena pubblicato, che osserva come in Mali oggi, ma in realtà da oltre un decennio, il conflitto sia caratterizzato da un costante riallineamento di alleanze, dinamiche di potere e modalità di confronto. L’alleanza stretta tra il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim, legato ad al-Qaeda) e il Fronte di liberazione dell’Azawad (Fla), nonostante le evidenti divergenze ideologiche, ne è uno degli esempi più recenti.
Propaganda e avatar tra jihadisti e ribelli
Questo riallineamento non si sta più manifestando solo sul fronte militare, ma si sta estendendo anche allo spazio dell’informazione, dove l’intelligenza artificiale generativa sta a sua volta iniziando a modificare le regole del gioco: questa viene impiegata in maniera diversa a seconda delle capacità, delle risorse e degli obiettivi degli attori coinvolti. Per il momento, il Jnim ne fa un uso limitato, principalmente attraverso materiali visivi progettati per rafforzare la sua propaganda già strutturata. Tuttavia, la pubblicazione di poster generati dall’Ai potrebbe consentire al gruppo di aumentare la quantità di contenuti prodotti, tradurli nelle lingue locali e personalizzare ulteriormente i messaggi di reclutamento.
Tra il Fla e le sue reti di supporto, l’uso dell’Ai sembra essere più decentralizzato: gli account TikTok presentano personaggi sintetici ricorrenti per diffondere narrazioni favorevoli all’Azawad e ostili all’Africa Corps. Il valore di questi meccanismi risiede tanto nella loro capacità di amplificazione quanto nella difficoltà di stabilirne l’origine: umanizzando artificialmente una causa e dando l’illusione di un ampio sostegno popolare, questi contenuti possono contribuire alla normalizzazione delle narrazioni estremiste e creare, tra il pubblico vulnerabile, forme di prossimità favorevoli alla successiva mobilitazione.
La strategia russa e la disinformazione di Stato
«Chi riesce a capire meglio e più in fretta quello che succede nel campo di battaglia avrà la capacità di sopraffare l’avversario e di non essere sopraffatto», ha detto il generale Aurelio Colagrande, vicecomandante Act della Nato, in un’intervista al Corriere della Sera in cui spiega l’importanza dell’uso di tecnologie come l’intelligenza artificiale anche in guerra. In Mali e nel Sahel, l’uso più sofisticato dell’intelligenza artificiale sembra essere quello della Russia e del suo apparato informativo: l’Ai può essere integrata in campagne di disinformazione strutturate, combinando contenuti generati, account falsi e una diffusione ottimizzata. Il regime maliano e, più in generale, i membri dell’Alleanza degli Stati del Sahel stanno gradualmente entrando a far parte di questo ecosistema, utilizzando questi metodi per consolidare la propria legittimità ed esercitare un maggiore controllo sullo spazio informativo. La posta in gioco va ben oltre la semplice produzione di contenuti falsi o fuorvianti perché, con la crescente accessibilità dell’Ai, questa potrebbe anche facilitare il reclutamento personalizzato, la traduzione automatica, l’anonimizzazione e persino alcune funzioni di targeting e supporto militare.
Il Mali come laboratorio della guerra dell’informazione
Il Mali rischia così di diventare un vero e proprio laboratorio per la guerra dell’informazione assistita dall’Ai: mentre le applicazioni cinetiche più avanzate rimangono in gran parte speculative, la battaglia delle narrazioni è già in corso. In uno spazio informativo sempre più saturo, la capacità di distinguere la realtà dalla finzione sta diventando di per sé una questione di sicurezza. Per gli Stati del Sahel in generale, la risposta non può più limitarsi alle tradizionali contromisure contro la disinformazione. È necessario, infatti, rafforzare anche l’alfabetizzazione digitale, le capacità di rilevamento e le strategie di prevenzione di fronte a una tecnologia destinata a rimodellare permanentemente il panorama dei conflitti esistenti. Il rischio risiede principalmente nel crescente divario tra la sofisticatezza di questi strumenti e le capacità di rilevamento e resilienza delle popolazioni. Più gli strumenti diventano sofisticati, più incerto diventa il confine tra ciò che è reale, fabbricato e manipolato, rendendo il controllo dello spazio informativo parte integrante del conflitto.
Il Timbuktu Institute descrive questo fenomeno come una «produzione intensiva», con contenuti che raggiungono quasi cinque milioni di visualizzazioni, «utilizzati come meccanismo sia per il controllo politico che per la manipolazione di informazioni e opinioni», al fine di «distrarre l’attenzione delle popolazioni locali e disinformarle sulla reale situazione della sicurezza».



